A casa tutto bene: Brunori Sas tra leggerezza e profondità

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Da “La verità” a “La vita pensata”, dodici tracce in un disco che mette a nudo le paure esistenziali, e lascia all’ascoltatore riflessioni in musica che non si scioglieranno al sole

 

noteverticali.it_brunori_sas_a_casa_tutto_bene_coverSi chiama paura, ed è un sentimento che certifica l’appartenenza alla razza umana. Un sentimento poco nobile, forse, ma che accompagna l’esistenza di ciascuno, declinandosi in diverse componenti che possono essere legate all’età e allo stato sociale. Di paura parla Brunori Sas, moniker di Dario Brunori, in “A casa tutto bene” (Warner Chappell/Picicca Dischi), quarto capitolo della sua storia artistica, che esce a tre anni di distanza da “Il cammino di Santiago in taxi”.

Classe ’77, di Joggi, frazione di Guardia Piemontese (CS), Brunori è tra le espressioni più feconde del cantautorato italiano di questi anni. Conosciamo bene la sua storia artistica, e un po’ anche quella personale, almeno quella che ha raccontato nelle sue canzoni, fin dai suoi esordi in dischi che gridavano rabbia e amore, ma anche un genuino profumo di provincia e tanta voglia di riscatto. Un riscatto costruito giorno dopo giorno, non certo covato “all’ombra del rancore” ma di un innegabile talento artistico fortificato in anni di gavetta, tanti concerti dal vivo e un virtuoso passaparola sulla Rete, che gli hanno dato la visibilità e il successo che merita. “A casa tutto bene” è un disco maturo e attento, frutto di un sapiente lavoro di produzione che ha un nome e un cognome (quelli di Taketo Gohara, già presente nel ‘cammino di Santiago’) e che consente a Brunori e alla sua band (i fedelissimi Simona Marrazzo, Dario Della Rossa, Stefano Amato, Mirko Onofrio, Massimo Palermo) di esprimersi al meglio della propria arte. Canzoni concepite nella tranquillità di San Fili, centro alla periferia di Cosenza che Dario ha scelto come suo ‘buen retiro’, nate nell’atmosfera bucolica di una masseria nella campagna di San Marco Argentano, sempre in provincia di Cosenza, e perfezionatesi a Milano. Un disco quasi a due velocità, con la casa del titolo al centro, a definire il confine tra privato e pubblico, tra certezza e incertezza, tra sicurezza e paura, appunto. Un disco di responsabilità, dove l’autoironia, che ha caratterizzato finora lo stile del cantautore calabrese, sembra fare un passo indietro, e non è un male, perché non è un male prendersi sul serio, soprattutto se, per citare Italo Calvino, lo si fa con leggerezza.

E il mettere in discussione le proprie certezze è alla base de “La verità”, brano di apertura del lavoro, scelto come singolo e già in rotazione nelle radio da metà dicembre. Una canzone non facile, accompagnata da un video, girato a Cosenza e diretto da Giacomo Triglia (apprezzato videomaker cosentino, così come Arturo De Rose, a cui si deve la soluzione grafica della copertina in chiave minimal) e con un plot alla “Sliding doors”, che invita a riflettere sulla quotidianità di esistenze normali, in bilico tra la paura e la felicità – entrambe necessarie – e costrette a volare basso, a muoversi nel range di un continuo rischio calcolato, per il terrore di dover cambiare prospettive, orizzonti e presente:

Te ne sei accorto o no
che non c’hai più le palle per rischiare,
di diventare quello che ti pare
e non ci credi più…?
 
La verità
è che ti fa paura l’idea di scomparire,
l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi
prima o poi dovrà finire?
 

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Paura di perdere tutto, quindi, dalle certezze agli affetti, alle convinzioni, ai beni materiali. La seconda traccia, “L’uomo nero”, è senz’altro il brano più politico della raccolta, ispirato a quanto pare da un dialogo con un tassista milanese. Qui si parla di derive xenofobe e viene dipinto un fascista dei nostri tempi, un uomo tutto d’un pezzo apparentemente semplice nella propria banalità, che ama la propria famiglia, pubblica su Facebook le foto dei propri bambini, si veste in abiti militari, odia gli immigrati (“…che a esser tolleranti poi si passa per coglioni…”) ed è attraversato da mille contraddizioni:

“Hai notato che parla ancora
di razza pura, di razza ariana,
ma poi spesso è un po’ meno ortodosso
quando si tratta di una puttana…?”
 

Musicalmente parlando, il brano è cupo, con atmosfere in minore che ci ricordano suoni anni ‘70. Il testo affida all’autocritica la parte più intelligente. Con tristezza e dolore, Dario sembra dirci che “non è acqua passata”, che non basta cantare canzoni “per dare al mondo una sistemata” e che purtroppo c’è ancora un filo di razzismo che pare sedimentare in ciascuno di noi:

“Hai notato che l’uomo nero
si annida anche nel mio cervello,
quando piuttosto che aprire la porta
la chiudo a chiave col chiavistello?
Quando ho temuto per la mia vita
seduto su un autobus di Milano
solo perché un ragazzino arabo
si è messo a pregare leggendo il Corano?…

Un brano di forte attualità, che ci invita, anzi ci esorta a guardare fuori dalla finestra, e che affida il proprio commiato alla spiazzante e amara frase finale:

“… E io? Io che pensavo? Che fosse tutta una passeggiata
che bastasse cantare canzoni
per dare al mondo una sistemata?
Io che sorseggio l’ennesimo amaro
seduto a un tavolo sui Navigli,
pensando: in fondo va tutto bene,
mi basta solo non fare figli…”

Una paura esistenziale, appunto, esorcizzata attraverso la musica, attraverso canzoni “poco intelligenti, che le capisci subito, non appena le senti”, che parlano d’amore (“perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?”), e che aiutano a colmare il grande vuoto che c’è. “Canzone contro la paura”, terza traccia, è il manifesto di questo disco, un meta-brano nato ancora una volta come riflessione a voce alta, una sorta di dichiarazione di intenti da parte di un artista che non si nasconde dietro alcuna maschera. Se qui l’autoironia lascia spazio al disincanto, musicalmente parlando, per la scelta dei passaggi in quarta aumentata e per il tipo di cantato, il brano deve molto a “Com’è profondo il mare” che Lucio Dalla pubblicava proprio nel 1977, anno di nascita del nostro: 

Ma non ti sembra un miracolo
che in mezzo a questo dolore,
in tutto questo rumore,
a volte basta una canzone,
anche una stupida canzone,
solo una stupida canzone
a ricordarti chi sei…

Lamezia Milano, quarta traccia, è metafora del viaggio di chi dalla provincia (“ferma agli anni ‘80”) si sposta verso una metropoli “che ancora incanta”. C’è gente che ride per l’applauso al pilota (“io ci vedo solamente attaccamento alla vita…”, canta Dario) e intanto i suoni tornano cupi, arricchiti dal sax che fa tanto musica anni ’80 (ricordate i Men At Work di “Who can it be now?”) che con i propri decibel inquina l’aria da una radio a transistor. E’ un Brunori diretto, forse troppo:

“Lamezia Milano, andata e ritorno,
mi sveglio una mattina e nemmeno mi ricordo
dov’ero fino a ieri, cos’ho mangiato a cena,
perché mi prude il culo e mi fa male la schiena…

Poche battute del refrain dipingono un quadro poco edificante del presente, incartato nella fretta (“…la signorina Google mi dice dove andare entrando a gamba tesa sulla voce di mia madre…“), in un viaggio ‘pazzesco’ non solo chilometricamente parlando. A metà strada tra il nonno Michele e il nipote Francesco, Dario, “lupo della Sila tra i piccioni del Duomo”, è lì, spaesato, “vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo”. Cogliamo un omaggio a Franco Battiato – non solo per “L’Italia sventola bandiera bianca…” – mentre torna a far capolino ovviamente la paura, pur nell’indifferenza generale:    

“…con il terrore di una guerra santa
e l’occidente chiuso in una banca,
io me ne vado in settimana bianca…”

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Proseguendo, a dispetto della melodia tranquilla e quasi spagnoleggiante, “Colpo di pistola” parla chiaramente di femminicidio. Qui Brunori incarna il punto di vista di un uomo annebbiato dalla follia omicida che, prima di suicidarsi (“… è un nodo intorno al collo nel buio di una prigione…”) confessa delirando di aver ucciso la sua lei:

“…perché l’amore, l’amore è un colpo di pistola
è un pugno sulla schiena, è uno schiaffo per cena,
l’amore ti sfiora appena…”

La paura è qui chiaramente non solo quella di amare, ma anche, indirettamente, quella di essere amati, e di incanalarsi in rapporti malati che rischiano di degenerare in altro. Da segnalare il concetto del ‘troppo amore’ (“…forse l’ho amata troppo e troppo non si può…”) tornato di inquietante attualità proprio in questi giorni, per (de)merito (sic!) di squallidi talk-show pomeridiani.

Decisamente filosofica ed esistenziale è “La vita liquida”, che, animata da un suono coinvolgente, ci regala il pensiero brunoriano declinato secondo la visione più alta della propria poetica fatta appunto di leggerezza solo apparente. La liquidità non è solo materiale (“Liquido è il mio corpo che si piega ad ogni condizione, alcool che si adatta al vetro del contenitore…”), ma anche concettuale (“…liquidi i principi e il mio concetto di morale, liquido il miscuglio che mi aiuta a non pensare che sono un uomo liquido, e sotto questo sole potrei evaporare e diventare nuvola, magari un temporale…”). La liquidità che, eticamente, diventa espressione del proprio essere, è però in realtà un prodotto dell’ambiente, in cui è tutto, dalle convinzioni alle ideologie, alle nuove religioni, ad essere esso stesso ‘liquido’. Il refrain è liberatorio e rivoluzionario al tempo stesso:

 

“…E in mezzo a rocce secolari, e letti di fiumare,
attraversando le stagioni
riconsegnarmi al mare, al mare…

e può essere letto secondo due punti di vista, egualmente suggestivi. Uno, geografico e quindi per certi versi più limitato (ci piace pensare che Dario si sia ispirato alle sue origini, considerando che la Calabria è una regione in cui la natura la fa da padrone in quanto è ricca di monti, fiumi e mare), e l’altro, più universale e certamente ecumenicamente ecologico, che fa essere ogni uomo piccolo punto nel disegno della creazione e nel paradiso della natura. Un brano che farà faville dal vivo, ne siamo sicuri.

Struggente “Diego e io”, storia di un amore ferito dal punto di vista di una donna tradita, che di nome fa Frida e di cognome Kahlo. Il brano, piccolo grande gioiello del disco, è scritto a quattro mani con il cantautore Antonio Dimartino (che proprio in questi giorni è uscito con un disco realizzato con Fabrizio Cammarata e dedicato a Chavela Vargas, che proprio della Kalho è stata amante) ed è impreziosito da un arrangiamento piano e archi che fa venire i brividi:

“…Volano i pavoni,
sembrano aeroplani contro le finestre,
siamo il mostro e la bambina,
il trionfo e la rovina noi,
brucia la mia carne senza te,
la mia saliva e il mio sudore,
brucia questa nostra casa azzurra,
brucia il mio corpo per amore…”

Complessa è “Sabato bestiale”, che potrebbe essere vista come un dialogo tra due persone ma anche tra un uomo e la propria coscienza, con l’eterna lotta tra impegno e disimpegno, tra il metterci la testa e il fregarsene.

“…perché io sono un animale, sono pecora e maiale,
e non sarai certo tu a farmi adesso la morale, sono superficiale,
e poi lo sai anche tu che siamo figli delle stelle e della tv…”

Brunori

Per certi versi simile è “Don Abbondio”, dove il personaggio manzoniano è ovviamente l’emblema di chi ha paura di alzare la testa per denunciare soprusi e storture, e preferisce farsi i fatti propri e girarsi dall’altra parte, per non avere problemi. Nello strazio del nostro mare violentato, nella farsa tragicomica di un tratto autostradale, nelle morti per errore in ospedale, nella vergogna del lavoro nero, la bocca che si apre solo per mangiare, e non per denunciare.

“…Don Abbondio negli inchini, nella schiena che si piega,
Don Abbondio che alla fine a noi che cazzo ce ne frega,
Don Abbondio sono io, affacciato alla finestra,
a guardare le macerie, a contare quel che resta…”

Musicalmente parlando, la canzone ha un sapore quasi western. Incarna ancora la sfida con la propria coscienza, ovviamente persa in partenza, ma rispetto a “Sabato bestiale” il punto di vista sembra essere quello di chi resta con il tarlo del dubbio e che almeno si vergogna della propria omertà.

Un piccolo gioiellino è “Il costume da torero”, figlia del Brunori dei primordi, quello dei sogni nel cassetto. Dario, novello Gianni Rodari, canta il ritornello accompagnato da un coro di bambini, in un arrangiamento che prevede la presenza di strumenti non convenzionali, tra cui fanno capolino bottiglie e fischietti:

 “…La realtà è una merda, ma non finisce qua,
passami il mantello nero, il costume da torero,
oggi salvo il mondo intero con un pugno di poesie,
non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere
che il mondo possa essere migliore di com’è
Non sarò mai neanche tanto stupido da credere
che il mondo possa crescere se non parto da me…

Non ci piace la figura del torero, ma ci piace l’idea di salvare il mondo intero con un pugno di poesie, e quella di non lasciarsi prendere dalla poesia e pensare invece concretamente che il monito a crescere debba partire anzitutto da se stessi. Un tema che è anche alla base di “Secondo me”, ancora una volta leggero solo in apparenza:

“Secondo me hanno ragione anche i vegani,
ci incazziamo per i cani abbandonati,
poi ci ingozziamo di insaccati,
in fondo dai parliamo sempre di Salvini,
di immigrati e clandestini,
ma in un campo rifugiati a noi non c’hanno visto mai…

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A Dario spaventa il fatto che il mondo occidentale voglia rimuovere il dolore, e che troppo spesso si confonda la realtà con ciò che si vede con i propri occhi e si giudica secondo i propri criteri. Occorre finirla di considerare il proprio punto di vista come la verità assoluta, evitare di ergersi a guru da un palco (“…se canti il popolo, sarai anche un cantautore, ma ogni volta ai tuoi concerti non c’è neanche un muratore…”), allargare l’orizzonte, e provare a mettersi nei panni di chi ascolta:

Chissà com’è invece il mondo visto da te…

Il disco si chiude con “La vita pensata”, che immaginiamo essere un dialogo con un amico immaginario, ma anche la chiusura di un cerchio idealmente aperto con alcune tracce del volume 1, dove Dario iniziava a raccontare le proprie inquietudini:

Me lo dicevi anche tu
senza trovarci un senso,
me lo dicevi anche tu,
la vita va vissuta,
e invece io la penso…

Il disco è tutto qui. E non è affatto poca cosa. Dodici tracce che fanno riflettere e vanno ascoltate e riascoltate. Un lavoro che conferma il talento di un cantautore di razza, fieramente indie e ormai chiamato a raccogliere ciò che merita. Ancora una volta, Dario Brunori è alla finestra, e da osservatore attento e acuto, da un piccolo avamposto di provincia, mette a nudo se stesso e le proprie paure, e scruta il presente lasciandosi guidare dalla propria creatività, per regalare pensieri in musica che non si scioglieranno al sole.

 

CANZONE CONTRO LA PAURA – Brunori Sas

 

Brunori SAS – A casa tutto bene

  1. La verità 5:02
  2. L’uomo nero 4:27
  3. Canzone contro la paura 3:42
  4. Lamezia Milano 3:52
  5. Colpo di pistola 5:01
  6. La vita liquida 3:26
  7. Diego e io 4:15
  8. Sabato bestiale 3:42
  9. Don Abbondio 3:54
  10. Il costume da torero 2:22
  11. Secondo me 4:42
  12. La vita pensata 2:41