Abbiamo dialogato con l’autore del romanzo, edito da La Nave di Teseo, che si sviluppa come la sceneggiatura di un film dai risvolti inattesi

Raccontare davvero una storia d’amore non è mai banale. Entrare nel merito di ogni dialogo, di ogni pensiero, essere capaci di incarnare l’essenza dei protagonisti del rapporto, restandone distanti e non facendosi emotivamente coinvolgere dalla narrazione di vita, è prova magistrale e tutt’altro che semplice. In pochi ci riescono, e chi si misura in questo campo si mette alla prova nella piena consapevolezza di correre molti rischi di fronte al lettore. Silvio Danese è giornalista e critico cinematografico navigato e imparziale, così come autore misurato e originale. Oggi, per i tipi de La nave di Teseo, ci regala “Intervista alla sposa“, un romanzo fiume (ben 525 pagine) che indaga su una storia d’amore. Una vicenda che è stata forse realtà e che potrebbe senz’altro essere fiction. Non a caso, protagonisti del romanzo sono un uomo e una donna, seduti davanti a un tavolo. Lui è uno scrittore, alla ricerca confusa di una storia da raccontare, che interroga e ascolta il proprio interlocutore, Stefania, appunto la sposa. Una donna, anzi un personaggio femminile, che mette a nudo il proprio ventennale rapporto matrimoniale con suo marito Dino generando una storia di inquietudine e violenza raccontata dal suo punto di vista. Che non è solo il punto di vista di una vittima. Ne nasce un romanzo, che si sviluppa con tenacia e purezza, oltre che con originalità, come la sceneggiatura di un film noir, in cui l’autore interroga e si interroga ponendo l’attenzione del lettore su una vicenda dalle mille sfaccettature, che non nasconde colpi di scena che certo non sveleremo. Dopo aver letto il libro, abbiamo contattato l’autore, che si è prestato gentilmente alle nostre domande.

Partiamo dal titolo. La parola ‘intervista’ fa pensare a uno spazio dedicato a raccogliere le confessioni della protagonista, Stefania. Che ha a disposizione l’uditorio dei lettori per raccontare loro la sua verità. L’immagine scelta per la copertina mostra una donna adagiata su un letto, di spalle, in una posa indifesa. E’ un voler mettere a nudo il personaggio, ma anche un invito a volerne difendere la propria purezza, il proprio candore. Cosa ne pensa in proposito?
Penso prima di tutto che è un conforto capire di aver centrato questa copertina, un quadro di John Worthington capace di combinare la condizione di solitudine, il suggerimento di viltà subite e l’azione del rifiuto, e quest’ultima è importante, rifiuto di un mondo che nelle relazioni di manipolazione e dominio degli uomini sulle donne non può, non deve continuare. Per raccontare una storia come questa è stato indispensabile prima di tutto cercare la strada giusta, scansare luoghi comuni, scellerate sciocchezze su queste vicende nei media, cercare i punti nevralgici e scoprire quanto ci riguardino profondamente. Purtroppo diventa difficile, nelle semplificazioni, comunicare che non si tratta di una storia di violenza, un “modello” iper esposto che poi rischia di perdere il suo vero senso, ma che è un incontro a suspense, un faccia a faccia tra femminile e maschile nelle emozioni, nei comportamenti, nella manipolazione, nella mitologia arcaica e molto attuale. Nell’etimo la parola intervista viene dal latino “intervisere”, visitare qualcuno di tanto in tanto, nel senso attivo di andarlo a vedere, a cui s’aggiunge il francese “s’entrevoir”, incontrarsi faccia a faccia. Qui abbiamo uno scrittore che volendo scrivere un libro adotta una sorta di incontro col suo possibile personaggio. E’ proprio questo schema che, come dice lei, mette formalmente i lettori nella condizione di uditorio sollecitato dal ping-pong, diciamo, tra i due che costruiscono la storia portante del romanzo, salvo scoprire che nell’uditorio nessun lettore è fuori dal gioco…

Silvio Danese

Come è nata l’idea di raccontare questa storia?
Ho un’età, vivo in questo mondo, conosco la cronaca che ci racconta quanto matrimonio e famiglia possano slittare, a causa di importanti derive emotive e psicologiche, verso la violenza, quanto la dose omeopatica di aggressività e dominio maschile possa aumentare, passare ogni controllo ed esplodere in pulsioni d’intolleranza d’abbandono eccetera. Per uno scrittore, ma anche per uno spettatore professionista come me (sono da decenni il critico cinematografico di un quotidiano italiano) è facile sentire quanto la cronaca si disponga quasi naturalmente, oggi in particolare, ad alimentare storie e personaggi. Proprio perché la cronaca mette un punto dove nessuno può andare oltre, un pezzo di giornale, un breve servizio televisivo. Addirittura nocivi poi certi programmi di approfondimento voyeuristico. Quanto alle storie, bisogna pensare che chi fa il mio lavoro riesce a digerire qualcosa come 400 o 500 film l’anno. Ma, ammetto, non sono ancora riuscito a capire perché a un certo punto, alcuni anni fa, mi sono trovato a raccogliere notizie di tanti fatti identici in cartellette sempre più gonfie: donne, mogli, amanti, ex fidanzate, ex mogli uccise dai partner maschi. Lo so che succedeva anche prima, che è sempre successo, ma appunto: la costanza (importantissima) dell’informazione manifestava non solo un fenomeno, ma anche l’imposizione di una ricerca di senso e soprattutto portava a una domanda: ma io non c’entro niente con tutto questo?

CItando una frase di Laing riportata all’inizio del romanzo, “Ascoltare una storia non equivale a scoprire la storia“. Questo significa che il punto di vista del lettore, così come quello del romanziere, sarà sempre parziale. Personalmente la leggo come un’esortazione a non fermarsi mai davanti alle apparenze, ma a cercare sempre di approfondire. Quale potrebbe essere un punto di vista che da romanziere avrebbe voluto approfondire maggiormente nella storia raccontata nel romanzo?
Sì, il punto di vista sarà sempre parziale, e si va avanti a scoprire le storie, se si è onesti e un po’ coraggiosi, proprio per questo, perché sappiamo che stiamo in una parte e non in tutte le parti, e anzi l’idea
dell’insieme potrebbe illuderci o farci vacillare, intendo davanti a una verità possibile. Nel caso di questo mio romanzo però c’è anche un aspetto che riguarda il tempo della storia, come l’ho intensamente frazionato lasciando al percorso irregolare della memoria di Stefania, a scatti in avanti e ampi ritorni indietro, il compito di fornire un “tempo” del romanzo. E qui ci aiuta ancora Laing, matto, alcolista e
grande psichiatra: “Non sono le date a fare la storia, le date sono segnali discontinui che la storia lascia nel suo cammino: le date sono create dalla storia”. E allora che cosa fa il tempo della storia? Io direi due cose: i personaggi e lo stile. Nel mio caso, i personaggi forniscono in azione maieutica (lo scrittore che continua a sollecitare Stefania) sia un passato, tutta la vicenda drammatica di Stefania, sia un presente, la loro vicenda, che si sviluppa… Lo stile determina tutto e decide se c’è una voce vera o no. E questo non posso dirlo io. Il romanzo contemporaneo, dentro cui si accomoda e insieme si getta fuori il romanzo contemporaneo (penso a De Lillo o Pynchon), è fatto di questo.

Frasi d’amore scritte a macchina, la nostra storia in quattro pagine, che raccontata ci può perdere“. Mi viene in mente Paolo Conte. In effetti raccontare una storia d’amore è sempre un rischio per chi la racconta. E’ d’accordo in proposito?
Come potrei non essere d’accordo. Nelle quattro pagine ci stanno però abbastanza cose, e credo che Paolo Conte questo lo sa, e non lo dice a caso per una cadenza poetica. E’ proprio quando tutto quello
che è successo è un po’, come dire, pigiato, che risalta un insieme, pieno di eventi e sentimenti. Si parla di avvocati e di giudici in quella canzone, e nella mia storia, che riguarda una separazione necessaria,
mancata e poi finita tragicamente, ci sono anche avvocati e giudici: Stefania, che in appello è stata assolta per legittima difesa dall’accusa di aver ucciso il marito quando una notte lo ricevette a casa sua
dopo la separazione, è condannata in appello e poi in cassazione per omicidio preterintenzionale. Qui si ferma la cronaca. Ma che cosa è successo veramente quella notte? E se fosse che Stefania, presagendo un destino, è riuscita a salvarsi proprio preparando una difesa possibile?

Parlare di sentimenti in generale rappresenta quasi una sfida in un tempo sospeso come quello attuale. Il suo romanzo non affronta la realtà che stiamo vivendo. Pensa tuttavia che, se lo avesse scritto oggi, avrebbe utilizzato un linguaggio diverso?
Per quanto possa apparire disturbante, disorientante, piena di un’angoscia che non riesce a trovare uno sbocco, una pausa per riprendere le forze, questo “spezzone” di esistenza (non di vita, ma di esistenza) è transitorio. Con qualche lieve cambiamento, tutto tornerà come prima. Il linguaggio per una storia non ho ancora capito come si determina, a me viene in mente che bisognerebbe interrogare quel capolavoro di Giorgio Manganelli “Discorso dell’ombra e dello stemma o del lettore e dello scrittore considerati come dementi”. Dunque il linguaggio è nello stile, nel come si sente e si legge il mondo. In un certo momento, certo, ma non è un momento storico, è una condizione della scrittura. Quindi, chi può saperlo?

Qual è secondo lei lo stato di salute della letteratura e della cultura in genere oggi in Italia?
Di professione faccio il critico. Che dovrebbe essere anche uno scrittore, dico quando fa il critico. Ormai è inevitabile vivere distinguendo la fuffa dal sublime, e quel che c’è in mezzo, per stare in un paradosso. In Italia, salvo casi, cinema e letteratura hanno il Covid, a volte vanno in terapia intensiva, altre sono asintomatiche. Aspettiamo un buon vaccino.

Immaginiamo che la pandemia abbia sconvolto i piani editoriali per la presentazione del romanzo. Quali iniziative sono previste per farlo conoscere al pubblico?
La pandemia ha sconvolto quasi tutto, figuriamoci il progetto di promozione di un libro. Di solito vado al cinema sette, otto volte alla settimana per le anteprime stampa da decenni, anche se da qualche anno si ricevono link per la visione domestica. Ora tutto passa online e ci si illude che sia un’occasione per imparare a gestire la distanza. Ma è questa distanza che può insidiare l’idea di comunità, la
comprensione tra le persone a cui viene a mancare il fondamentale “spessore” dell’aria tra i corpi, una mobile vicinanza invece di una irreversibile distanza. I festival, oggi BookCity, o il Torino Film Festival, domani credo anche il Salone del Libro eccetera, si svolgono online, decine e decine di “file” in cerca di un disperato clic, e poi qualche onorevole, prezioso libraio che tiene con la forza della mente e del suo lavoro precedente i suoi lettori aggregati, certo in virtù anche del web.

NoteVerticali è una testata che si occupa di cinema e di musica, oltre che di letteratura. Ha mai accarezzato l’idea di realizzare un film tratto dal suo romanzo?
Una lettrice in anteprima di Intervista alla sposa è stata la regista italiana Emanuela Piovano, autrice ormai 30 anni fa di “Le rose blu”, un premiato documentario d’esordio di videolettere dal carcere
femminile Le Vallette di Torino e, tra l’altro, di una bellissima “tranche de vie” di Simon Weil (“Le stelle inquiete”, ndr) e “L’età d’oro” con Laura Morante, un film profondo e vitale sulla famiglia. Lei per prima ha notato quanto il libro sia adatto a un film, per la struttura drammaturgica, il set teatrale (la sala di un carcere, l’appartamento di una famiglia “normale”) e i dialoghi, su cui ho lavorato con una perseveranza quasi ossessiva per tenere il lettore lì, con loro, a costruire da un pezzo di marmo la statua, ovvero la storia di Stefania, ma io dico anche: è quasi impossibile trovare uno scrittore libero dall’ingerenza dell’immagine suggerita dal cinema.

Se fosse una canzone, “Intervista alla sposa” che canzone sarebbe?
Ah questo, come si fa? Ho un passato, lontano, in giovinezza, da orchestrale in diversi gruppi, anche se mi accorgo che oggi riesco ad ascoltare quasi solo classica e jazz. Nel libro si cita una canzone, durante un monologo interiore dello scrittore che sta pensando a contraddizioni sorprendenti nella relazione tra Stefania e suo marito Dino: “… più del rancore poté l’amore, sempre questo folle sentimento che / più lo butto e più ritorna da me...”. Allora rispondo: “Questo folle sentimento” di Mogol Battisti, la versione rock della Formula Tre di Alberto Radius, 1969. Qualcuno la ricorda? Le prime battute non possono che rimetterci al tavolo di Stefania e dello scrittore che si incontrano, si osservano, mentre si sviluppa una relazione ambigua, poi importante, che non riveliamo: “Che cosa c’è negli occhi tuoi / Negli occhi miei che cosa c’è…”.

“La luce rossa, la luce gialla…” Certo che la ricordiamo! Parliamo di progetti futuri. Sta già lavorando a un nuovo romanzo?
No. Ho scritto 530 pagine, ho lavorato cinque anni cercando spazio e pulizia per cercare la via giusta, con la mente colonizzata da centinaia di personaggi e film. Pausa. Ho alcune storie di cui ho preso nota.
Forse per distrarmi scriverò qualcosa sulla mia esperienza al cinema. Vedremo.