Un’amicizia vissuta intensamente resta nel cuore e nell’anima, e riaffiora con tanta più forza quanto più forte è il senso di smarrimento legato alla solitudine. I giorni e le stagioni che offuscano i corpi e invecchiano le ossa non la cancellano. Anzi, ne mettono alla prova, cementandola, la resistenza. E lei, l’amicizia, riappare, ancora forte e invincibile. Come il ricordo, come la nostalgia. In Caro Pier Paolo, edito da Neri Pozza, Dacia Maraini racconta il suo Pasolini, in una sorta di diario pubblico che fa riaffiorare alla memoria l’intensità dirompente della loro amicizia. Le pagine del libro regalano una ideale corrispondenza franca e diretta, che l’autrice immagina imbastire con lo scrittore e così facendo si abbandona al ricordo nostalgico per un amico perduto fisicamente per sempre, ma in realtà vivo e presente nei suoi pensieri e nelle sue suggestioni. Le pagine sono ricche di rimandi a episodi di vissuto, in cui al Pasolini pubblico si sovrappongono quadri di vita quotidiana nel privato di un’amicizia che includeva spesso la presenza di Alberto Moravia, all’epoca compagno della Maraini e colui al quale sarebbe toccato il peso di quell’elogio funebre a Campo dei Fiori passato alla storia che iniziava con il lungamente rammaricante “Abbiamo perso prima di tutto un poeta”. Dal libro emerge il ritratto di una figura che nel pubblico restava dirompente, divisiva, provocatoria, un uomo “rancoroso e feroce” nelle sue indignazioni e nelle sue ire ideologiche, a cui si sovrapponeva invece l’immagine dell’uomo, scrive l’autrice, “più paziente, docile, mansueto che io abbia conosciuto”. Soprattutto, una persona sola, intrisa di una solitudine profonda, intensa, figlia di quella incomprensione diretta generatrice dell’odio che lo avrebbe condotto alla morte e vicina, come leggiamo dal libro, a Rimbaud in quell’amaro “volersi bene e nello stesso tempo odiarsi e desiderare di farsi male”.

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Pasolini in uno scatto degli anni ’60

Ciò che traspare dal volume è una sacralità diffusa, quella verso il Pasolini attento e sensibile osservatore della realtà con gli occhi di una persona estranea ad essa pur essendone vividamente attratto. Un intellettuale scomodo, distante dal percorrere sentieri di convenienza, ma anzi ostinatamente puro e libero, e soprattutto in grado di elevarsi al di sopra di ogni squallido opportunismo. Spesso, tuttavia, la sincera ammirazione per l’amico lascia il posto nelle pagine al confronto spassionato in cui si rivendicano posizioni distanti. È il caso del passo in cui l’autrice pare sfidare l’amico intellettuale sul terreno ostico delle posizioni contro la collettività eterosessuale, rea secondo Pasolini di condannare stupidamente e ciecamente ogni altra forma di desiderio sessuale. Maraini scrive “Nel tuo risentimento contro le censure odiose che ti hanno preso di mira e sbeffeggiato e denigrato (cosa che tu sai quanto io abbia sofferto assieme a te) mi pare che tu abbia ceduto alla tentazione di negare le rivendicazioni del mondo femminile come se fossero di per sé parte della velleitaria e sconcia adesione al formalismo del consumo”. Pasolini non può replicare, e questo è il limite concreto e reale di un monologo affettuoso ma che resta purtroppo sinfonia monocorde.

Dacia Maraini oggi.

C’è molta Roma in questo libro, dalla Roma popolare e picaresca che ha attraversato diverse stagioni della letteratura pasoliniana, alla Roma ossessiva e ingombrante dei palazzi del potere, invisi al Pasolini intellettuale come al Pasolini ragazzo di borgata. Ci sono molti luoghi della Capitale che raccoglievano le presenze pasoliniane sempre originali e ricche, c’è la spiaggia di Sabaudia, che fu teatro della stesura delle Mille e una notte, a cui la Maraini collaborò, ma c’è anche molta Africa, per i lunghi e numerosi viaggi in Sudan, Kenya, Mali, Nigeria, Ghana, Tanzania, Congo. Viaggi di gruppo, organizzati per studiare luoghi per le riprese di un film, ma soprattutto viaggi di gruppo, perché coinvolgevano sempre la Maraini, insieme a Moravia, Ninetto Davoli e Maria Callas, il cui amore verso il poeta di origine friulana la portava a diventare “umile, timida come una ragazzina quindicenne al primo appuntamento, e talmente innamorata da perdere ogni vizio da diva, quale era in realtà”.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

Caro Pier Paolo è insomma un mare di ricordi esterei eppure vivi, che offre uno spaccato di vita mai banale aggiungendo un ulteriore tassello al mosaico poliedrico di Pasolini, verso la cui assenza ognuno di noi paga un incalcolabile balzello di nostalgica chimera.

Dacia Maraini, CARO PIER PAOLO, Neri Pozza, 2022.

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Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...
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