Senza essere di vero genere biografico, “Oceani di carta” di Enzo d’Alò e Giacomo Scarpelli, narra l’ultimo anno e mezzo circa di vita di uno dei padri del romanzo di avventura.
Emilio Salgari, ammirato dalle giovani generazioni dell’epoca, aveva già scritto i suoi cicli più famosi come quello indo-malese tra i quali emerge “Le tigri di Mompracem” che, con il leggendario protagonista Sandokan, tuttora conserva la sua potenza narrativa e riscuote successi anche con rifacimenti televisivi.
Forse non amministrando in modo accorto il frutto del suo talento, oppure più verosimilmente perché il diritto d’autore non era ancora ben tutelato, Salgari viene descritto come uno scrittore sì prolifico grazie al proprio genio artistico, ma anche per necessità. Dovendo assolvere agli impegni incalzanti, che lo vedevano costretto a consegnare sempre nuovi romanzi agli editori con i quali sottoscriveva contratti ferrei ma non redditizi, il romanziere sacrificava vita, salute e famiglia nell’inventare mondi immaginifici e gesta eroiche.
Sorprendentemente senza viaggiare in queste terre esotiche per ricavarne poi dei fantastici resoconti – animati da una naturale verve narrativa anche orale – bensì documentandosi metodicamente su atlanti, cartine e libri della Biblioteca Nazionale di Torino.

Giuseppe Ricci è l’alter ego dell’unico giornalista che nella realtà storica arrivò veramente da Napoli per intervistarlo, ossia Antonio Casulli. Giovane Giornalista verosimilmente suo grande ammiratore, all’inizio deluso dalla scoperta di questa verità, ma subito in grado di capire che il genio artistico e la non comune immaginazione erano delle doti di Salgari a prescindere dal fatto che non avesse viaggiato e per nulla collezionato avventure. E che tali restavano.
Pur prendendo una piega solo romanzata nel seguire Giuseppe a Torino, i fatti narrati con Salgari unico vero protagonista del libro sono biografici e reali, nonostante qualche licenza poetica – ammessa dagli stessi autori nella loro nota finale – che tuttavia non mina la sostanza effettiva delle vicende.
Vera l’esistenza e l’amore che lo legava reciprocamente alla moglie Ida, alla figlia e ai tre figli maschi; vera la povertà della casa torinese e della loro vita quotidiana; vera la piega drammatica che la storia familiare prese a causa della malattia mentale di Ida; veri i tragici fatti seguiti.
Tutto ciò è narrato inserendo degli stralci tratti da “La Regina dei Caraibi” e dell’ancora forse più famoso “Il Corsaro Nero”.
Giuseppe fa comprendere al lettore che, avendo trattato temi che sono anche valori importanti quali lealtà, coraggio, amicizia – per citarne alcuni – Salgari può essere perdonato. Di avere millantato di essere un vero Capitano, facendosi addirittura chiamare in quel modo; di avere millantato di aver vissuto le avventure rocambolesche che narrava anche di persona; di avere coinvolto in questa recita anche la moglie; di avere lasciato a sua volta che i figli trasformassero il salotto di casa in mondi altrettanto esotici e immaginari.
Sono gli stessi autori, Enzo d’Alò e Giacomo Scarpelli – certamente mettendo al servizio della memoria di Salgari la loro esperienza di sceneggiatori – che portano il lettore a comprendere tutto ciò di cui il loro personaggio Giuseppe fa solo da veicolo.
È forte il contrasto tra la Torino invernale, colta nei primi giorni del 1910, e i mondi esotici evocati nel romanzo; ma è incisiva anche la capacità evocativa di entrambi gli autori che, pur in netto contrasto tra queste due atmosfere, infondono al libro una prosa pittoresca in grado di rendere altrettante atmosfere suggestive sia degli esterni sia degli interni.
E incisiva è anche la capacità di cogliere, con la stessa abilità prosastica, l’essenza dello scrittore. Di questo tormentato quanto geniale romanziere che consumava – e che si consumava – le sue giornate affatto avventurose bensì con “la penna stretta tra le dita macchiate d’inchiostro, [che] correva sul foglio con l’urgenza di chi teme di perdere un pensiero, un’immagine, una parola”.
Gli autori si concedono loro stessi un azzardo d’ipotesi sulla fervida immaginazione di Salgari che, com’è noto, decise di porre fine alle proprie disgrazie nell’unico modo che gli parve tragicamente possibile.
Forse come suggerisce il prologo, era stato un bambino incline al racconto avventuroso, che aveva peraltro assorbito da altri presunti “capitani”; forse, come suggerisce l’epilogo, era stato un bambino che a ciò univa un’innata e febbrile capacità di vedere altri mondi sia a occhi aperti sia durante i suoi sogni infantili.
Enzo D’Alò e Giacomo Scarpelli, OCEANI DI CARTA, 270 pagg., Salani, 2026.

Ha scelto di approfondire le materie che ama da sempre conseguendo una laurea in Lettere Moderne. Che in terra brianzola è di per sé una sfida. Ma specializzandosi in Storia del Teatro Inglese e Cinema è quasi incoscienza. Tuttavia, unendo lavoro pratico a collaborazioni artistiche, da anni si occupa di recensioni culturali e anche di editoria.
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