Il libro “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” di Niccolò Zancan, edito da Einaudi, si presenta come un’opera di profonda riflessione sulla fine di un’epoca, quella della Fiat, simbolo di Torino e del boom economico italiano. Attraverso la voce di un operaio, ormai prossimo alla pensione, Zancan ci guida in un viaggio nostalgico ma crudo, che mette in luce il declino di un’industria che ha segnato la storia del Paese.
Il racconto si apre con i ricordi di un tempo glorioso, quando Mirafiori era considerata la “più grande fabbrica d’Europa”. Negli anni ’60 e ’70, la produzione automobilistica raggiunse picchi straordinari, passando da 500 mila a un milione e mezzo di veicoli, contribuendo a motorizzare un’Italia che si stava rialzando dalle macerie della guerra. In quegli anni, circa 60 mila operai, molti dei quali provenienti dal Sud, lavoravano nello stabilimento, vivendo un forte senso di appartenenza e gratitudine per il lavoro che offriva loro un’alternativa alla povertà.
Oggi, però, quel mondo è solo un ricordo sbiadito. Zancan, che ha dovuto allontanarsi da Torino per poter raccontare questa storia, torna sui suoi passi per dare voce al suo protagonista, l’ultimo operaio, che descrive un presente desolante. “Il buco al centro della fabbrica”, come lo definisce, è emblematico di un’industria che ha perso il suo vigore. Le immagini di strade chiuse, tunnel sbarrati e luci spente dipingono un quadro di silenzio e vuoto, in netto contrasto con il brulicare di vita che caratterizzava il passato.
Attualmente, solo 4080 operai rimasti sono in cassa integrazione da oltre 15 anni, e la fabbrica, un tempo considerata un porto sicuro, è diventata un deserto. Zancan scrive di un’agonia lenta e finale, segnata da aiuti e dismissioni, che ha portato a una situazione in cui non ci sono più auto da fabbricare né ideologie per cui battersi. L’operaio, testimone di un’epoca, si sente tradito e abbandonato, mentre il futuro appare privo di orizzonti.
“L’ultimo operaio” non è solo un libro sulla Fiat, ma una riflessione profonda su un’industria che ha plasmato la vita di intere generazioni e su come il cambiamento economico e sociale abbia impattato le vite di chi ha dedicato la propria esistenza a essa. Zancan riesce a catturare l’essenza di un’epoca, invitando il lettore a considerare le ferite da rimarginare in un presente che sembra aver dimenticato il valore del lavoro e della dignità.
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