‘Persepolis’, il pluripremiato film d’animazione e fumetto di Marjane Satrapi, ha recentemente suscitato polemiche a Tunisi, dove è stato oggetto di contestazioni da parte di integralisti islamici salafiti dopo la sua messa in onda sulla Messma Tv. Nonostante la sua natura di opera d’animazione, ‘Persepolis’ si configura come un potente atto di accusa contro il fondamentalismo religioso.

La storia narrata da Satrapi è autobiografica: l’autrice, nata nel 1969 sul Mar Caspio e cresciuta a Teheran durante la rivoluzione che portò alla destituzione dello scià Reza Pahlevi, racconta la sua vita segnata da eventi storici drammatici. A soli 14 anni, i suoi genitori progressisti la inviarono a studiare a Vienna, un’esperienza che la portò a confrontarsi con una realtà culturale e sociale molto diversa da quella iraniana. Dopo un periodo di vita in Europa, Satrapi tornò in Iran durante gli anni della guerra con l’Iraq, affrontando le sfide di una società oppressa.

In ‘Persepolis’, l’autrice esplora i suoi sogni di libertà e le sue lotte personali attraverso uno stile grafico vintage, caratterizzato da disegni in bianco e nero che si distaccano nettamente dagli effetti speciali di produzioni contemporanee come ‘Shrek’. La narrazione non risparmia critiche né al regime iraniano, che impone divieti come quello sul rossetto e perseguita gli studenti, né all’Europa, che accoglie Satrapi con pregiudizi, considerandola parte di un insieme di fanatici religiosi e terroristi.

La rilevanza di ‘Persepolis’ risiede non solo nella sua capacità di raccontare una storia personale, ma anche nel suo ruolo di denuncia sociale e culturale. L’opera di Satrapi invita a riflettere sulle complessità dell’identità iraniana e sulle ingiustizie perpetrate sia in patria che all’estero. La sua voce, ora silenziata dalla morte avvenuta a 56 anni, continua a risuonare come un monito contro l’intolleranza e il fondamentalismo.