Paolo Strippoli firma un thriller psicologico di sorprendente intensità, sostenuto dalle straordinarie interpretazioni di Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano. Al Cinema Italia-Tieri di Cosenza l’incontro con la giovane protagonista.

Quanto male siamo disposti a compiere in nome dell’amore? E soprattutto, quando l’istinto di proteggere qualcuno smette di essere un gesto di generosità e si trasforma in una forma di egoismo, in un esercizio di potere, nella pretesa di sottrarsi alle conseguenze delle proprie scelte? È attorno a questi interrogativi che Paolo Strippoli costruisce L’estranea, un film che sorprende per originalità narrativa, ambizione visiva e profondità psicologica, riuscendo a muoversi tra horror, thriller e dramma familiare con una libertà espressiva piuttosto rara nel panorama cinematografico italiano.

La vicenda prende avvio durante un violento temporale, quando Anna, interpretata da Jasmine Trinca, si presenta improvvisamente a casa della figlia Alice, cui presta il volto Romana Maggiora Vergano, per rivelarle una verità rimasta nascosta per oltre vent’anni. Quando Alice era bambina, un terribile incidente aveva spinto la madre a stringere un patto con una misteriosa estranea (Valeria Bruni Tedeschi) pur di salvarle la vita. Un accordo dalle conseguenze devastanti, destinate a propagarsi nel tempo e a sconvolgere gli equilibri di un’intera famiglia (Adriano Giannini è il padre Walter, titolare di una rinomata sartoria a Bari, mentre Andrea Genovese è Tobia, l’altro figlio).

Sarebbe tuttavia riduttivo considerare L’estranea una semplice variazione sul tema faustiano del patto con il diavolo, ampiamente frequentato dalla letteratura e dal cinema. Strippoli utilizza il soprannaturale per addentrarsi in territori assai più concreti e inquietanti, dove il male non coincide necessariamente con una presenza mostruosa, ma prende forma attraverso le scelte, le omissioni, le giustificazioni che ciascuno costruisce per continuare a convivere con la propria coscienza.

È proprio in questa dimensione che il film – in concorso alla 83esima Mostra di Venezia e candidato agli Oscar come miglior film straniero – trova la sua maggiore originalità. Anna non è soltanto una madre disposta a tutto per salvare i propri figli. È una donna che, nel tentativo di sottrarsi al dolore, finisce per smarrire progressivamente il senso stesso della propria umanità. Il suo amore narcisista si mescola alla paura, alla vanità, alla convinzione di poter governare il destino e soprattutto alla pretesa di conservare intatto un mondo che avrebbe dovuto essere irrimediabilmente trasformato dalla tragedia. La sua è, in fondo, una disperata ricerca di impunità. Non necessariamente quella giuridica, quanto piuttosto quella morale: la possibilità di continuare a vivere, amare, desiderare, persino prosperare, senza dover mai affrontare davvero il prezzo delle proprie decisioni.

E qui emerge un altro aspetto particolarmente interessante della pellicola, quello della sua sottile, ma non per questo meno incisiva, denuncia sociale. Dietro il dramma familiare sembra infatti delinearsi il ritratto di una certa borghesia arrivista e rampante, abituata a considerare il benessere, la rispettabilità e la conservazione dei propri privilegi come condizioni irrinunciabili dell’esistenza. Un universo nel quale il successo finisce per assumere il valore di una giustificazione universale, capace di attenuare ogni responsabilità e di rendere accettabile persino ciò che dovrebbe risultare moralmente intollerabile.

Il patto con il male diventa allora anche una metafora del privilegio: la possibilità di spostare altrove le conseguenze delle proprie azioni, di trasferirne il peso su altri, di rinviare indefinitamente una resa dei conti che si preferisce immaginare impossibile. È una lettura che conferisce al film una dimensione ulteriore, perché sottrae la vicenda alla sola dimensione individuale e la proietta su un terreno collettivo. Quante volte, del resto, le nostre società hanno costruito il proprio benessere sulla rimozione delle conseguenze, sulla convinzione che il prezzo di determinate scelte possa essere pagato da qualcun altro?

In questo senso, l’orrore narrativo del film non appartiene soltanto al soprannaturale. È profondamente umano, quotidiano, persino riconoscibile. E la progressiva rinuncia alla pietas, intesa come capacità di riconoscere la sofferenza altrui e di farsene carico, rappresenta forse la forma più autentica di dannazione. Anna crede di salvare, ma finisce per condannare. Cerca di proteggere, ma sottrae agli altri la possibilità di scegliere. Si illude di annullare il dolore, quando in realtà non fa altro che rinviarne l’esplosione, lasciando che il tempo ne moltiplichi le conseguenze.

A rendere credibile una costruzione narrativa così complessa contribuiscono in maniera decisiva le interpretazioni di Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano, autentiche protagoniste di un confronto recitativo di straordinaria intensità. Trinca restituisce tutte le contraddizioni di Anna attraverso una recitazione che non ha bisogno di ricorrere continuamente all’enfasi. Sono soprattutto gli sguardi, i silenzi, le esitazioni e le improvvise incrinature del volto a raccontare una donna consumata dalla necessità di difendere ciò che ha costruito, anche quando quella difesa si traduce nella negazione di ogni principio morale. Maggiora Vergano, dal canto suo, conferma una maturità interpretativa che rende ormai inadeguata la definizione di giovane promessa del cinema italiano. Dopo la straordinaria visibilità conquistata con C’è ancora domani, il film pluripremiato di Paola Cortellesi, l’attrice affronta un personaggio completamente diverso, chiamato a ricostruire una memoria frammentata, a confrontarsi con un dolore ereditato e a ridefinire la propria identità attraverso una verità che altri hanno scelto di nasconderle.

Tra le due interpreti si stabilisce una tensione emotiva costante, fatta di vicinanza e distanza, bisogno di comprensione e progressiva disillusione. Ed è proprio questa relazione a impedire che la dimensione fantastica prenda il sopravvento sulla credibilità del racconto. Un aspetto emerso con particolare evidenza anche durante l’incontro con Romana Maggiora Vergano, ospite sabato 10 ottobre del Cinema Italia-Tieri di Cosenza in occasione della presentazione del film. Dialogando con il pubblico, l’attrice ha raccontato quanto fosse complesso dare corpo a un personaggio segnato da esperienze traumatiche che non aveva direttamente vissuto, ma che dovevano risultare autentiche nella sua memoria emotiva. La regia e la produzione l’hanno aiutata mettendole a disposizione materiali relativi alle riprese delle interpreti più giovani di Alice, consentendole di familiarizzare con il passato del personaggio.

Ma è stato soprattutto il rapporto con Jasmine Trinca a rendere possibile quella particolare forma di immedesimazione. “Nei suoi occhi, durante i nostri dialoghi, vedevo esattamente tutto quello di cui mi parlava, come se fosse un film“, ha raccontato, spiegando come quei ricordi fossero diventati immediatamente vivi dentro di lei. Una testimonianza significativa, perché restituisce la natura profondamente relazionale del lavoro attoriale e aiuta a comprendere come la credibilità di un racconto soprannaturale possa nascere, paradossalmente, proprio dall’autenticità delle emozioni. Maggiora Vergano ha parlato anche della generosità dei colleghi e della possibilità di confrontarsi con interpreti di grande esperienza senza sentirsi mai in una posizione di inferiorità. Un ambiente di lavoro nel quale, ha sottolineato, la disponibilità a mettersi in discussione e ad ascoltare l’altro ha rappresentato un elemento fondamentale nella costruzione delle interpretazioni. Ed è forse proprio questa qualità del lavoro collettivo a spiegare perché L’estranea riesca a mantenere una così forte consistenza emotiva anche quando il racconto si spinge verso territori apertamente visionari.

Sul piano della regia, infatti, Strippoli dimostra un coraggio espressivo che merita di essere sottolineato. Alcune sequenze possiedono una forza visiva e una complessità realizzativa che raramente siamo abituati a incontrare nelle produzioni italiane di genere. Le atmosfere, l’uso degli spazi, le contaminazioni tra realtà quotidiana e dimensione soprannaturale evocano a tratti l’immaginario della serie cult Stranger Things, soprattutto nella capacità di trasformare luoghi e situazioni familiari in scenari improvvisamente perturbanti. Non si tratta necessariamente di un riferimento diretto, quanto di un’affinità di linguaggio, di una comune familiarità con un certo immaginario fantastico contemporaneo. Strippoli, però, riesce a piegare quelle suggestioni alle esigenze di una storia che conserva una propria identità, evitando che lo spettacolo visivo diventi un semplice esercizio di stile.

E non è un risultato scontato. Il cinema italiano, pur vantando una tradizione importante nel fantastico e nell’horror, ha progressivamente ridotto gli spazi riservati a questo genere di sperimentazioni, privilegiando spesso formule narrative più rassicuranti. L’estranea dimostra invece che è possibile realizzare un cinema di genere ambizioso, tecnicamente convincente e al tempo stesso capace di interrogare lo spettatore su questioni morali di notevole complessità.

Il riferimento alla tragedia classica, del resto, è esplicitamente rivendicato dallo stesso regista, che ha richiamato la concezione aristotelica di un racconto capace di suscitare pietà e terrore per condurre alla catarsi. in effetti, al di là dei meccanismi del thriller e delle suggestioni horror, ciò che resta del film è soprattutto il senso di una tragedia inevitabile, alimentata non tanto da un destino ostile quanto dall’ostinazione umana nel volerlo piegare ai propri desideri. La domanda posta da Strippoli nelle note di regia – “Quanto male possiamo compiere, scambiandolo per amore?” – finisce così per assumere un significato che travalica la vicenda raccontata. Perché l’amore, quando pretende di diventare assoluto, quando non riconosce limiti e non accetta la libertà dell’altro, può trasformarsi nella più insidiosa delle giustificazioni. E la volontà di proteggere può nascondere, dietro la propria apparente nobiltà, un desiderio assai meno confessabile di possesso, controllo e conservazione di sé.

L’estranea è dunque un film che merita attenzione non soltanto per la qualità delle interpretazioni, per l’originalità della trama o per la riuscita delle sue sequenze più spettacolari o per la scelta di una colonna sonora che spazia dai Liquido ai Baustelle. Il suo pregio maggiore consiste nella capacità di utilizzare il linguaggio dell’horror per raccontare qualcosa che riguarda molto da vicino la nostra esperienza individuale e collettiva. La tentazione di non scegliere, di non rispondere, di non pagare il prezzo delle proprie azioni. E soprattutto l’illusione che sia possibile scendere a patti con il male senza finire, prima o poi, per assomigliargli.

L’ESTRANEA (Italia 2026, Thriller, 115′). Regia di Paolo Strippoli. Con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Raffaele Braia, Andrea Genovese, Mariandrea Cesari, Alessandro Carbonara, Marina Limosani, Lisa Angelillo. 01 Distribution. In sala dall’8 ottobre 2026.