La polemica nasce da una domanda semplice, ma tutt’altro che banale: un artista deve usare il palco per prendere posizione politica? Francesco De Gregori, presentando il suo nuovo tour Nevergreen, ha espresso perplessità sul modo in cui Bruce Springsteen ha trasformato parte del suo recente tour in una dichiarazione esplicita contro Donald Trump. Secondo De Gregori, i proclami politici pronunciati da un palco rischiano di semplificare questioni complesse e di mettere l’artista in una posizione quasi pedagogica nei confronti del pubblico. «Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante», ha sintetizzato il cantautore romano.

La posizione di De Gregori non è quindi una difesa di Trump, né una critica musicale a Springsteen. È piuttosto una riflessione sul ruolo pubblico dell’artista: il palco, per lui, dovrebbe restare luogo di ambiguità, poesia, dubbio, non di indicazioni nette su come pensare. De Gregori rivendica il diritto alla complessità e persino alla confusione, citando l’idea di Walt Whitman di contenere “moltitudini”, cioè di non ridurre il pensiero artistico a una posizione univoca.  

Springsteen, invece, da anni interpreta il proprio ruolo in modo opposto. Nel tour americano Land of Hope and Dreams, accompagnato dallo slogan “No Kings”, ha scelto di schierarsi apertamente in difesa della democrazia americana e contro quella che considera una deriva autoritaria dell’amministrazione Trump. Il suo messaggio non nasce come parentesi estemporanea, ma come parte integrante dello spettacolo e della sua identità pubblica: il rock come racconto dell’America, ma anche come presa di parola sull’America.  

In questo senso, la distanza tra i due non riguarda solo Trump. Riguarda due idee diverse di canzone d’autore. Da una parte De Gregori, che protegge l’autonomia dell’arte dalla dichiarazione politica diretta. Dall’altra Springsteen, che vede nella musica popolare anche una responsabilità civile, soprattutto quando ritiene minacciati valori come libertà, Costituzione e democrazia.  

Eppure io ricordo un De Gregori impegnato. Senza andare troppo indietro, ai tempi di Saigon, più di mezzo secolo fa, ma restando già in questo di secolo, a memoria mi vengono in mente queste:

“Sior capitano aiutaci a attraversareQuesto mare contro mano”

(“Natale di seconda mano”, 2001)

“E dice: Signore lo vedi
il panorama di Betlemme
Questo cielo senza riparo
questo sipario di fiamme…”

(“Il panorama di Betlemme”, 2005)

La polemica, alla fine, dice molto più del nostro tempo che dei due artisti. In un’epoca in cui ogni parola pubblica diventa schieramento, De Gregori difende il diritto dell’artista a non trasformarsi in guida morale. Springsteen, al contrario, rivendica il dovere di usare la propria voce quando il silenzio sembrerebbe complicità. Due posizioni opposte, entrambe coerenti con le rispettive storie: il dubbio come forma di libertà, da una parte; l’impegno come forma di fedeltà a se stessi, dall’altra.

Personalmente, credo nella libertà di ciascuno di agire secondo le proprie convinzioni. Apprezzo tuttavia che un artista possa fare la differenza e schierarsi in forma netta sul presente e su ciò che l’attualità pone all’attenzione pubblica ogni giorno, senza per questo apparire come tuttologo e fuori contesto. In questo senso plaudo a Springsteen che non solo non si è mai piegato al potere, ma ha deciso di esporsi sempre e comunque. E farlo ora, in un contesto storico nel quale sono messi in discussione i diritti umani, a Gaza come a Minneapolis, ha un significato molto importante. In fondo, è questa la differenza tra un artista e un cantautore: il secondo si espone. Con la propria arte, senza la pretesa di essere un guru, ma si espone.