Il regista racconta il suo nuovo film, tra suggestioni horror, sperimentazione visiva e una produzione indipendente costruita fuori dai circuiti tradizionali
Un’entità senza volto, una minaccia difficile da identificare e, dietro la superficie del racconto horror, una riflessione sull’identità, sulla coscienza e sul rapporto sempre più complesso tra individuo e società. È da queste suggestioni che nasce Faceless, il nuovo film di Federico Mattioni, che sarà presentato ufficialmente il 19 settembre 2026 al Cineclub Alphaville di Roma.
Un progetto nato e cresciuto secondo le regole (o forse sarebbe meglio dire fuori dalle regole) del cinema indipendente: pochissimo budget, una lavorazione sviluppata direttamente sul set, un forte controllo autoriale e una contaminazione di linguaggi che attraversa horror, mockumentary, found footage, fantascienza ed eco-horror.
Ma Faceless utilizza soprattutto il genere come strumento per parlare del presente. La perdita dell’unicità, l’omologazione, il rapporto con i social network, l’incapacità di ascoltare la propria voce interiore e la ricerca di un’identità diventano elementi di un racconto nel quale la paura non arriva soltanto dall’esterno. Il “nemico senza volto” finisce così per trasformarsi anche in uno specchio attraverso il quale interrogare ciò che siamo.
Abbiamo avuto il piacere di dialogare con Mattioni. Nell’intervista il giovane cineasta ci ha raccontato la genesi del film, le influenze cinematografiche – da Hitchcock e Kubrick a Lynch, Raimi e al cinema indipendente americano – le scelte visive e narrative, il lavoro con gli attori e le difficoltà di realizzare e soprattutto distribuire oggi un’opera lontana dai grandi circuiti produttivi.
Ne emerge il ritratto di un cinema radicalmente personale, costruito con mezzi limitati ma con una dichiarata volontà di sperimentare e di preservare la libertà creativa. E anche quello di un autore che, davanti alle difficoltà del mercato, prova a costruire un proprio percorso di distribuzione e un rapporto diretto con le sale e con il pubblico.

Partiamo dal titolo: perché hai scelto di chiamare il film Faceless e quale significato assume all’interno della storia?
Sono voluto partire da un’immagine che nel genere horror è familiare. Un’immagine che però secondo me non è stata sfruttata a sufficienza. Mi riferisco al pericolo senza un volto, al nemico non identificabile, con il volto coperto da una maschera o semplicemente invisibile. Per noi esseri umani è automatico prendercela per le nostre malefatte con un’entità non definibile con parametri umani e scientifici che chiamiamo Dio e che poi siamo tutti noi che non sappiamo di vivere sempre sull’orlo della trascendenza. Poi c’è la coscienza. Raramente dialoghiamo con la nostra voce interiore. Senza una faccia interviene appositamente per risvegliare quella voce della coscienza tormentata che come spiega James Hillman, il noto psicologo, filosofo e saggista scrittore, è la ghianda proiettata a divenire quercia. Il riferimento al “daimon”, l’innata immagine del nostro potenziale divino. Così, l’entità che ci riguarda, inizialmente non compresa, acquisisce i connotati di un demone, di un nemico (li vediamo ovunque, non a caso), della banalità del male (ha un volto inespressivo, non sembra rappresentarci), per poi capire che tutto nasce dentro di noi e che solo indossando quelle stesse maschere è possibile capire e liberarsene. Mettersi nei panni ed esplorare il mondo interiore, riflesso in quello esteriore. Un’esperienza che abbraccia anche la saggezza tolteca e alcune teorie riguardanti la tecnica di sviluppo personale del transurfing, vista come espansione del proprio universo di vita.
Da quale intuizione, esperienza o suggestione è nato il progetto, e quali sono i temi principali che attraversano l’opera?
C’era l’intento di creare un nuovo “babau”. C’era da qualche anno. Però non mi veniva in mente nulla di particolarmente originale. Tutto (o quasi) è stato già raccontato al riguardo. Sono partito dall’immagine di uno spaventapasseri assassino ma non me lo immaginavo come qualcosa di abbastanza pauroso e avevo già scritto un horror-comedy lo scorso anno. Poi, data anche l’assenza di un budget, ho pensato a qualcosa d’invisibile, poi ad una maschera particolare che ho trovato in vendita a poco su Amazon. E da lì ho iniziato a scrivere, con il preciso intento di non farlo tramite una sceneggiatura canonica, scritta in maniera lineare. Siamo partiti così da un canovaccio che poi di mese in mese, ma per soli cinque giorni effettivi di lavorazione, si è ampliato con delle idee, degli spunti che hanno preso forma direttamente sul set. E c’è sicuramente un’esperienza vissuta tre anni fa ad aver dato linfa vitale a questo film. Il fatto di aver vissuto come in una dimensione parallela tutt’altro che accomodante, a seguito di un incontro con delle persone che non credevo potessero, attraverso le loro conoscenze, indurmi a scoprire qualcosa che mai avrei creduto di poter vivere. E’ stato come vivere all’interno di un film. Preferisco non entrare nei particolari, sia perché si tratta di cose che se non vivi direttamente possono sembrare follia, e sia perché richiederebbe un trattamento a parte piuttosto complesso da rendere accettabile da chi non ha mai vissuto esperienze soprannaturali perché non ha la predisposizione all’apertura di certi canali di comunicazione. Ed è questo il motivo secondo cui il film risulti così angosciante e al contempo liberatorio, giocosamente infantile anche nella sua filosofia di fondo. Trasmette, sul filo dell’ironia, una sensazione di susseguente liberazione, come una sessione di smudging a piccole tappe.
Il titolo richiama l’assenza di un volto, ma anche la perdita o la ricerca di un’identità. Quanto è centrale nel film il rapporto tra identità individuale e immagine sociale?
Nel film si parla anche di come viviamo la socialità di questi tempi, letteralmente bloccati in coazioni a ripetere che impediscono di soffermarsi sui dettagli, davanti a cellulari e social che hanno sensibilmente modificato le nostre abitudini nell’ozio, posti come siamo davanti ad un effimero intrattenimento. Si è perso il valore delle singole cose, delle grandi piccolezze della vita. Si rischia di travisare anche il messaggio essenziale.
I protagonisti sono delle anime perse (o salve, per dirla come nel disco di Fabrizio De André), dei predestinati, che nel ritrovarsi scoprono qualcosa d’incredibile. La nostra identità (o daimon) ci spinge a realizzare le nostre più profonde e intime aspirazioni, e quando sono delle vere e proprie vocazioni, possono aprire dei canali speciali che ci rendono unici. Ecco, trovo che nel mondo attuale, si sia smarrita la via dell’unicità. Conta la massa, il pensiero unico. E questo film è dedicato a loro, per modo di dire. Sfida, provoca le convenzioni nella riproposizione, nella rilettura di quelle stesse convenzioni tipiche del genere horror.
Che tipo di atmosfera hai cercato di costruire attraverso la fotografia, il montaggio e il sonoro?
Ho costruito un vero e proprio ambiente audiovisivo, inizialmente ovattato, per quanto alla luce del sole, sfrontato e in diversi frangenti frenetico. Attraverso il racconto dei protagonisti, sulla linea delle caratteristiche del genere mockumentary, vediamo sia le manifestazioni dell’entità, dopo aver ascoltato la sua voce mentre scopre la terra e le condizioni in cui versa a causa dell’incuria e della negligenza degli esseri umani, quindi il film acquisisce un’aura da eco-horror, sia perché ha un’anima ecologica, sia perché l’incontro con Faceless acquisisce un’eco potente di richiamo per tutto il mondo, d’altronde la sua stessa voce muta nel corso della storia. Tutto questo è reso al meglio grazie al bianco e nero, al contrasto tra chiaro e scuro, al buio con la luce, a un bell’impasto di suoni e rumori e musiche densamente evocative che in alcuni tratti, ricorderanno anche certi altri film di genere simile.

Ci sono registi, film o correnti cinematografiche che hanno influenzato, anche indirettamente, la realizzazione di Faceless?
L’influenza proviene da gran parte dei film dell’orrore che hanno accompagnato la mia fame di scoperta da cinefilo. In particolare, dal lavoro sulla suspense di registi come Stanley Kubrick e Alfred Hitchcock, dall’immaginario prodotto da David Lynch e Sam Raimi e in particolare, nell’immaginare la vicenda, sono partito dal prendere come punto di riferimento il piccolo film indipendente americano “Carnival of souls” di Herk Harvey, per la desolazione sinistra degli ambienti e quel senso di vuoto, di trappola emotiva. Per alcuni frangenti shock ho preso ispirazione da “Altered States” di Ken Russell, un regista da rivalutare. Però ci sono due punti di riferimento nel genere mockumentary che è impossibile non andarsi a vedere e studiare, data la qualità, che sono “Lake Mungo” e “The Poughkeepsie Tapes”, i capolavori del genere horror e found-footage, molto più dei noti “The Blair Witch Project” e “Paranormal Activity”. Le principali ispirazioni sono state rivisitate in maniera originale dalla mia folta immaginazione, memore delle mie esperienze.
Qual è stata la principale difficoltà produttiva affrontata durante la realizzazione?
Sono abituato a fare film senza un vero e proprio budget e senza una produzione, organizzando tutto da me. E negli anni, a causa di potenziali collaboratori disonesti e talvolta incompetenti, ho deciso di rendermi indipendente, acquisendo attrezzatura semi-professionale. Quel genere di mezzi che solitamente utilizzando gran parte dei cineasti americani esordienti, al contrario degli italiani che si lamentano dei budget degli del cinema americano, con film di poche migliaia di dollari (se non centinaia di dollari!) e quasi sempre in bianco e nero, con poche location, attori e mezzi di fortuna. Una lezione fondamentale per chi vuole fare film indipendenti nell’era digitale.
La maggiore difficoltà sta quindi nel controllo anche tecnico dei mezzi, delle riprese, del fatto che nonostante la mia lunga e articolata esperienza in più ruoli, ho retto il peso dell’intera troupe tutta sulle mie spalle, filmando, dirigendo gli attori, badando alle luci e all’esposizione, registrando il suono con un microfono shotgun, e poi montando il tutto con il mio software, grazie al quale ho potuto sfruttare anche l’AI (intelligenza artificiale) per la realizzazione di alcuni effetti speciali elaborati con pochi crediti accumulati semplicemente montando altri film. Questo approccio al cinema sembra essere impossibile per i figuri del mainstream, impraticabile per la visione accademica limitante, secondo la quale il cinema è tale solo perché si fa unicamente di squadra, ma può essere la profonda passione per il cinema a spingerti a imparare, a osare pur di sopravvivere alle malefatte di chi invidia le capacità altrui; tutto questo pur di non dover smettere a causa di certa gentaglia che crede di essere indispensabile, ma della quale si può benissimo fare a meno. Ho un piccolo gruppo di collaboratori, due dei quali sono dei grandi professionisti del cinema (un fonico, Vittorio Melloni, e un parrucchiere, Francesco Scaramella) che a secondo dei progetti mi seguono per cercare di rendere la lavorazione più sicura e attendibile. E lo fanno anche perché si sono meravigliati delle mie capacità, con cognizione di causa mi viene da dire, e piace loro la mia rapidità di elaborazione esecutiva, il modo in cui gestisco il set, le idee creative dei miei soggetti, il modo in cui possono essere rielaborate in maniera utile alle esigenze del set. Ma sono consapevole di avere la possibilità e la capacità di finalizzare un film senza una troupe, cosa che comunque, laddove possibile, cerco di evitare per i film lunghi. Ma avere questa certezza mi infonde una gran voglia di fare e di dimostrare di essere superiore a qualsiasi sabotaggio, che sia premeditato o ingenuamente indisposto.
Quanto spazio hai lasciato agli attori nella costruzione dei personaggi e nell’interpretazione delle scene?
Non molto, considerando che si partiva più da dei modelli comportamentali tipici dei film di genere horror. Però tutto si è incredibilmente plasmato davanti ai miei occhi, grazie alla loro immaginazione e anche, secondo me, ai film che offro sempre come riferimento di studio, da vedere rigorosamente prima del primo giorno di set. Ed è stato sorprendente perché a parte il protagonista adulto, Davide Berti, che ha molta più esperienza, le altre tre, sono tutte giovanissime adolescenti, praticamente agli esordi davanti alla cinepresa. Ci hanno messo del loro, e sono convinto che sia uscito dalla loro immaginazione e dai contenuti del film che hanno fermentato dentro alla loro mente. Sono molto soddisfatto anche del risultato interpretativo, pertanto. Col fatto che ho dovuto controllare tutto l’apparato tecnico, la figura del regista un poco scompare, o meglio tende a nascondersi di più dietro i marchingegni. Non è stato facile dirigerli, ma mi sono bastati pochi concetti.
C’è una scelta narrativa o visiva del film alla quale sei particolarmente legato?
Il fatto di essere riuscito a unire elementi eterogenei appartenenti a generi e medium diversi, inclusa la fantascienza e il fumetto. Mi piacciono in particolare alcune scene di paura, ricostruite con pochissimi elementi all’interno della mia abitazione, alcune situazioni transitorie tra una testimonianza/intervista e l’altra. L’effetto del flash che cambia nelle tonalità all’interno del processo di condizionamento elettrico del sistema nervoso apportato ai personaggi dall’entità. La sequenza centrale più elaborata, fatta per gran parte con la tecnica del found footage, dove si mostra il canale principale per mezzo del quale Faceless entra in comunicazione anche con gli altri protagonisti, vale a dire l’adulto, da cui però non sembra dipendere il futuro del mondo. Difatti, il film inizia con l’annuncio di un terremoto (piccolo spoiler). E poi l’atto finale, con un effetto-sorpresa di cui vado particolarmente fiero. Una cosa che dona ancora più senso ad un finale sorprendente.
Durante il montaggio il film è cambiato rispetto al progetto iniziale? Hai dovuto rinunciare a scene o soluzioni che ritenevi importanti?
In riferimento proprio al finale, si è trattato di qualcosa che mi ha permesso di cambiarlo in fase di montaggio, rendendolo ancora più impattante. In questo caso, non ho dovuto rinunciare a nulla di significativo, perché non c’era una vera e propria sceneggiatura, c’erano più delle suggestioni archetipiche sul tema della paura. Quelle che mi convincevano e piacevano di più le ho filmate e inserite, mentre altre le ho tralasciate. Avrei voluto filmare di più l’ipotesi di risoluzione associata all’elemento del pongo ma credo sia bastata una singola scena a riassumere tutto il senso di quel preciso riferimento.
Hai scelto la strada dell’autodistribuzione, anche in alcune sale d’essai straniere. È stata soprattutto una scelta di libertà artistica o una necessità legata alle difficoltà della distribuzione indipendente?
Si tratta di una necessità principalmente, anche perché la questione della libertà artistica concerne più che altro la produzione. Se un film viene prodotto, deve rientrare generalmente in alcuni canoni estetici e soprattutto di racconto per cercare di assicurarsi che sia comprensibile ad una popolazione ancora troppo ricca di semianalfabeti, motivo per cui tanti film finiscono per risultare ridicoli. Vengono spesso imposti attori famosi che il più delle volte poco o nulla c’entrano con i personaggi e con la visione del regista. Solitamente, sono operazioni che possono andare bene per i mestieranti, non per gli autori che portano fieramente avanti un cinema di idee, personale e artisticamente libero. A livello di distribuzione, se seguiti da una società competente, si deve avere il visto censura e a secondo dei temi che si toccano può essere molto limitante, anche perché a volte certi film non vogliono proprio seguirli, non li fanno proprio uscire in sala. A tutti gli effetti, oggi come oggi, il problema principale è la distribuzione, non solo per i film indipendenti ma anche per chi ha avuto magari accesso ai fondi pubblici ma senza una forte società di produzione e distribuzione alle spalle, una di quelle che ha già inanellato diversi successi d’impresa. Chiedono forme di garanzia che nemmeno i grossi nomi possono più dare. In Italia non esistono canali di diffusione per i film veramente indipendenti. Dovrebbero occuparsene le sale d’essai che poi per mantenersi in piedi diventano subito le succursali dei pezzi grossi, chiedendo noleggi sala improponibili proprio ai meno noti, a coloro che non hanno avuto i privilegi dei più noti. Soltanto una o due piattaforme, simili a quella americana NoBudge fondata nel 2011 e specializzata anche in opere arthouse, offrono un minimo di visibilità, tramite una selezione di base da parte di coloro che le gestiscono. In questo panorama, mi sono messo, come cerco di fare per tutti i miei film lunghi o che meritano una visibilità a parte tra i corti, a setacciare tutto il mercato che sembra interessarsi al cinema indipendente e il quadro è ancora più desolante rispetto a quando ho iniziato con “Dalle parti di Astrid”, uscito con questo stesso sistema nel 2016. Ti rispondevano di più alle mail e c’era qualche interesse in più in Italia che non fosse solo il noleggio sala, alcune sale addirittura hanno acconsentito ad una distribuzione di un week-end o due giorni, con dalle due alle sei proiezioni, disposte per provare ad intercettare più pubblico. Persino alcuni giornali ne hanno parlato (addirittura il Corriere della Sera a Milano e Matera), raccogliendo comunque pochissime presenze, per via del fatto che si tratta di film privi di un battage pubblicitario significativo. Non possono competere con i colossi. Oggi la formula che propongo (50/50% o 40/50% di suddivisione dei ricavi, o se l’incasso è menagramo, lasciare tutto al proprietario del cinema senza prenderci nulla, a scopo promozionale, laddove posso permettermelo) la rigettano. Mi hanno dato il benestare in pochissimi e molti neanche lo vedono il film, come avviene nei festival apparentemente indipendenti. Così è veramente dura, però il lato positivo può essere quello di cercare di preservarsi quelle rarissime realtà che offrono uno spazio di proiezione, al costo di muoversi per l’appunto fuori dell’Italia, dove non a caso ho avuto qualche manifestazione d’interesse in più. Il film sarà presentato a Roma (e forse Livorno) a settembre, rispettivamente in un cineclub e in un centro sociale. Poi, dopo essersi fatto il giro, lecitamente, in qualche festival, sarà presentato in qualche sala d’essai di alcune città straniere che ancora non posso confermare. E vedremo cosa accadrà. Il mio intento è quello di creare un mio personale circuito di diffusione e di fiducia reciproca con gli esercenti e gestori, dove poi presentare ogni mio film lungo in futuro. E arrivare a più persone possibili. La soddisfazione maggiore sarà proprio quella di vedere le reazioni del pubblico, appartenente possibilmente a diverse generazioni d’età, e confrontarsi con loro. Più di qualsiasi eventuale premio, perché il più onesto è sempre quello alla carriera. Quando ne arrivano tanti, a ripetizione, c’è poi sempre dietro qualche società o associazione che spinge per ricambiare qualche favore oscuro associato ai fondi pubblici e/o ai nomi che compongono troupe e cast dell’opera, in maniera non trasparente e del tutto non equa. Pertanto, evviva i premi alla carriera!
Dopo l’uscita del film, quali saranno i tuoi prossimi progetti cinematografici?
In particolare in questo 2026 sto avviando diverse produzioni. Una di queste, un dramedy sentimentale dal titolo “L’ultima volta che ho sentito qualcuno invocare amore”, è partita lo scorso 2025, ed è stata la produzione decisiva per cui ho deciso di rendermi indipendente. Avevamo iniziato il film e diversi componenti nuovi della troupe prescelta hanno iniziato a comportarsi in maniera sempre meno professionale, arrivando a sabotare l’impegno dei più onesti e professionali. Uno scenario cui ho assistito troppe volte nel corso della mia carriera. E che ho deciso di non accettare più. Questo film sarà terminato entro fine anno e si tratta di qualcosa di impegnativo e ambizioso che avrà la colonna sonora del noto compositore Rodolfo Matulich, che ha creduto nell’idea, investendo le sue risorse nella composizione della musica. C’è poi un altro film quasi interamente ambientato all’interno di uno studio professionale che dovrebbe partire in autunno. e altre cose scritte, pronte a entrare in produzione, in presenza delle condizioni giuste, il prossimo anno 2027. La condizione giusta per gran parte degli altri film rimessi nel cassetto digitale, sarebbe quella di avere finalmente una produzione con un vero budget. Ma non essendo una cosa ancora attendibile per via del genere di mercato cui sottostiamo, mi premunisco sempre con la scrittura di almeno un’altra sceneggiatura di quelle realizzabili in modalità arthouse, come definisco i miei film. Sento la forte esigenza di proiettarmi in nuove idee ogni volta che mi trovo ancora sul set del film in lavorazione. Ne alimenta il moto creativo.

Appassionato di musica, cultura pop e nuove tendenze. Racconta artisti, suoni e scene emergenti con uno sguardo fresco, diretto e curioso, cercando sempre la storia dietro ogni nota.
Più letti del mese
I contenuti che stanno attirando più lettori negli ultimi giorni.
- Un romanzo “oltre l’odio”: la storia di Zijo Ribic. Intervista con Elisa Guidelli 9 Settembre 2026
- Grande successo per l’evento charity ‘Franco Ciambella & Friends 2026’ a Civitavecchia 15 Settembre 2026
- JEKO presenta il nuovo singolo “Estate Addosso”: un inno alla leggerezza estiva 31 Agosto 2026
- Nino Manfredi: i 10 migliori film 22 Marzo 2021
- Il Teatro di Calabria ‘Aroldo Tieri’ vince il Premio Franco Enriquez 2026 con ‘I 1 Settembre 2026