Raccontare una guerra significa descrivere la storia di un fallimento, etico e umano insieme. Il fallimento del senso di comunità costruito accanto alla sacralità pacifica delle relazioni sociali, che armi e violenza scacciano in modo terrificante. Il fallimento, altresì, della maturità umana che si riscopre vicina al senso belluino dei primordi, all’idea che per placare i contrasti tra i popoli la ragione debba lasciare strada alla forza. Uno dei personaggi che l’epica lega al senso di battaglia e di combattimento, ma anche di debolezza e riparazione umana, è senz’altro Ulisse. L’eroe nato dalla fantasia di Omero, che lascia la natia Itaca per combattere Troia, in una guerra logorante e distruttiva al tempo stesso. Dieci anni sul fronte, e altrettanti a peregrinare sulla via di un ritorno che sembra sempre complicato e che gli eventi rendono quasi impossibile. Fino al ricongiungimento con le proprie radici e con la propria famiglia: sua moglie Penelope e suo figlio Telemaco.
A Ulisse e alla sua storia leggendaria è legato l’evento cinematografico dell’estate 2026. L’Odissea di Christopher Nolan è senz’altro un kolossal imponente che offre una chiave di lettura di notevole interesse alla vicenda omerica. L’impressione è che il mito dell’eroe di Itaca, incarnato da un Matt Damon particolarmente ispirato, venga smontato e presentato nella propria inquieta solitudine, che diventa dramma psicologico e che non si esaurisce certo con il ritorno a casa. Nolan, figlio di una cultura anglofona lontanissima da quella magnogreca, sceglie un registro crepuscolare e shakespeariano per raccontare l’inverno dello scontento di Ulisse, schiacciato dai rimorsi per aver contribuito alla distruzione di Troia e segnato dalle conseguenze della guerra sulle vite dei popoli. Questo stile attraversa l’intera pellicola, caratterizzata da registri flashback in chiaroscuro che investono un personaggio che paga per la propria tracotanza (quell’hybris che è topos ricorrente della tragedia greca) e al quale sembrano mancare il sorriso beffardo e l’astuzia proverbiale dell’odisseo epico. Inevitabile il confronto con la fierezza di Kirk Douglas e la tenacia di Bekim Fehmiu in rappresentazioni che rimandano al technicolor e a stagioni rigogliose nelle quali forse l’interesse dei cineasti era quello di esaltare l’eroe e non l’uomo. L’Odissea di Nolan è un viaggio introspettivo a tutto tondo, nel quale lo spirito dei morti aleggia in modo costante a ricordare che la festa del ritorno (nòstos) non potrà mai cancellare la tragedia dei lutti il cui sangue ha macchiato per sempre la terra greca. Il viaggio di Ulisse è così l’esperienza di ricerca interiore di una creatura fragile segnata dal proprio passato, che sceglie di abbracciare la propria caducità dopo aver sperimentato lo smarrimento di un’esistenza inquieta orientata dalla ricerca smodata della gloria. Cinematograficamente parlando, questo si traduce in un’alternanza equilibrata tra introspezione e adrenalina. Brillante nella propria epicità la scena del cavallo, concepito come creatura maestosa adagiata sulla spiaggia di Troia, e che torna più volte sullo schermo ad accompagnare il ricordo di Ulisse mentre riaffiorano alla sua memoria le scene cruente della notte in cui la ferocia achea mostrò la propria espressione più belluina. Perfetto è lo sguardo freddo e determinato del pretendente Antinoo (Robert Pattinson), notevole le presenze sceniche di Jon Bernthal che incarna Menelao e di Benny Safdie che restituisce un Agamennone quasi spaziale nella sua uniforme di guerra, mentre l’Elena cui presta il volto Lupita Nyong’o soffre per la consapevolezza di essere stata, suo malgrado, l’innesco di un conflitto cruento e dilagante.
Il volto emaciato di Elliot Page che interpreta Sinone, il giovane guerriero che in nome della dea Atena – una Zendayala cui presenza incarna la coscienza di Odisseo – convincerà i troiani a far entrare il cavallo nelle mura della propria città, è espressione concreta di quell’inganno che trasforma la purezza del dono in tradimento. Se la Calipso che si prende cura di Ulisse ha l’espressione sexy di Charlize Theron,

Anne Hathaway è la Penelope fedele e attenta che affronta la sfida del tempo lasciandosi andare talvolta alla disperazione senza mai rinunciare alla sua proverbiale pazienza. La giovane intemperanza di Telemaco è affidata alle sembianze di Tom Holland che restituisce un figlio che non ha mai conosciuto il padre, ma che con il tempo diventa pronto a prendere il comando di Itaca in suo nome. Una certa freddezza ha accompagnato la memoria cinematografica dell’incontro: se ci fosse stato, l’abbraccio tra padre e figlio – descritto da Omero tra pianti e singhiozzi – avrebbe di certo restituito umanità a una scena tra le più commoventi della storia dell’epica. Stesso discorso per il segreto del letto nuziale che la pellicola sceglie di non svelare, rinunciando così a una delle scene di maggiore effetto dell’intera narrazione.
È questa una costante che attraversa l’intera pellicola, dove al dialogo si preferiscono l’intensità degli sguardi e i registri di mera violenza: è il caso dello scontro con il ciclope Polifemo, che perde il senso della sfida tra la forza del gigante e l’astuzia del guerriero per trasformarsi in mera tenzone di violenza. Manca così sia il riferimento al vino che fa ubriacare il gigante, sia quello a Nessuno, il punto forse più alto dell’astuzia dell’eroe omerico che nello svelare il proprio nome al ciclope si lascia travolgere dalla tracotanza della propria superbia. La scelta ne risente in termini di impatto sullo spettatore, che si lascia invece colpire dal pianto del bambino che scatenerà un’altra scena di violenza, quella esercitata dai Lestrigoni, rappresentati quasi come creature extraterrestri che uccidono senza pietà. Per non parlare dell’incontro disturbante con la maga Circe, in scene che rasentano l’horror e colgono senz’altro nel segno.
Nell’insieme, l’Odissea di Nolan è una pellicola necessaria, che non può passare inosservata. Ciò sia per il cast, sia per il registro crepuscolare, sia per la scelta dei luoghi di ripresa, che spaziano da Lampedusa alla Scozia e restituiscono al racconto la dimensione millenaria di un’Europa oggi smarrita nel proprio presente. E la storia senza tempo dell’eroe omerico ben si colloca in un territorio che oggi appare allo sbando, dove ci appare lontanissimo ricordo la legge di Zeus dell’accoglienza dello straniero, un precetto di etica che la società del ventunesimo secolo sembra aver dimenticato. L’augurio è che anche qui, come nella vicenda di Ulisse, possa giungere “un’altra alba che distruggerà le oscurità e gli errori del mondo”.

ODISSEA (Usa/Gran Bretagna 2026, Avventura, 172’). Regia di Christopher Nolan. Con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya, Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Ryan Hurst, Mia Goth, James Remar, Nick E. Tarabay, Jon Bernthal, Bill Irwin, Jovan Adepo, John Leguizamo, Benny Safdie, Elliot Page, Samantha Morton, Logan Marshall-Green, Josh Stewart, Himesh Patel, Elyes Gabel, Will Yun Lee, Corey Hawkins, Niko Nicotera, Shiloh Fernandez, Jamie Harris, Iddo Goldberg, Maurice Compte, Rafi Gavron, Adam Croasdell, Jesse Garcia, Michael Vlamis, Jimmy Gonzales, Markie Farnsley, Anthony Molinari, Stephen Murphy (II), Matt Lasky, Jarreth J. Merz. Universal Pictures. In sala dal 16 luglio 2026.
Idealista e visionario, ama l’arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia…
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