Carissimo Francesco,
è strano e difficile parlare di te al passato. Ad ascoltarmi e a vedermi con gli occhi lucidi, mentre la tristezza mi avvolge come miele, probabilmente sorrideresti e stringeresti le spalle, abbracciando la caducità della condizione umana, che vale per te come per tutti.
Ma tu non sei stato uno qualunque.
Sei stato utopia e coraggio, nato in una piccola città ma cresciuto “tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”.
Hai dato anima e voce ai desideri alle lotte di chi come te vedeva un mondo che voleva cambiare. Dall’alto del tuo cuore montanaro, hai raccontato una storia lunga sessant’anni, fatta di emozioni e dignità. Da moderno Cyrano, alieno in una società effimera e vuota alla quale per contrasto la tua coerenza è stata baluardo etico mai domo.
Ho letto i tuoi libri, e sono stato letteralmente rapito da “Croniche epafaniche” che ha portato alla mente lo spirito della mia infanzia paternese. Le tue composizioni mi hanno sempre fatto compagnia. Ti ho visto in concerto più volte, e ogni volta mi ha impressionato la presenza di giovani che cantavano a memoria le tue canzoni pur non avendo mai indossato un eskimo o non avendo mai letto l’Unità.
Ma non sei stato solo cantore politico e di piazza, non solo locomotiva e avvelenata. Hai cristallizzato nella nostra mente la tragedia del Novecento per eccellenza, la diabolica disumanità di Auschwitz. Hai denunciato la decadenza della società dei consumi, che attraverso la morte di Dio celebra la propria fine, in attesa di qualcuno torni a credere nella divinità che risorge grazie alla rinascita del cuore e alla genuinità delle relazioni umane.
Hai parlato all’intimità di ciascuno. Ogni tua rima è stata frutto di una ricerca attenta con frasi mai banali. I tuoi versi, con carambola lessicale, sono stati davvero “prisma di rifrazione, cristallo e pietra filosofale svettante in aria come un falcone”.
La bambina portoghese e il suo bikini amaranto, canzone per me unica nel rappresentare il disagio esistenziale di generazioni che si affacciano al futuro nell’incertezza del presente, e poi ancora Cencio e il rimpianto per le amicizie perdute, il pessimismo delle Stanze di vita quotidiana, Amerigo e quel viso dei vent’anni senza rughe nell’abbracciare il sogno della terra dell’abbondanza.
E ancora, la Samantha quasi donna e quasi bella e il suo destino che non sa vedere nella Milano che muore lentamente, il vecchio e il bambino che si prendono per mano e vanno incontro alla sera e alla nuova fiaba del terreno coperto di grano, la ragazza bionda dietro al banco dell’autogrill protagonista suo malgrado di un ingenuo sogno di fuga, e poi ancora Culodritto regina dei telecomandi, Van Loon tuo padre diventato da squalo “pesce di fiume”, e quella lettera a Bonvi, l’amico perduto figlio di un tempo volato via:
“Come vedi tutto è usuale,
solo che il tempo stringe la borsa
e c’è il sospetto che sia triviale
l’affanno e l’ ansimo dopo una corsa,
l’ansia volgare del giorno dopo,
la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa che chiami vita…”.
E su tutte, “Vorrei”, struggente e romantica ballata da cantare mille volte a chi ti ha conquistato il cuore. Un inno all’amore che è anche inno alla vita, accolta e onorata attraverso le piccole creature come le lumache nei loro gusci o i “ciuffi di parietaria attaccati ai muri”. Vera poesia. L’ho scritto tante volte: se per assurdo avessi potuto assegnare un Nobel per la letteratura, il destinatario saresti stato tu. Burattinaio di parole alte e profonde, Maestro dell’essere sull’apparire, sempre.
Caro Francesco, hai parlato al nostro cuore e ci hai aiutato a decifrarne i simboli.
Mi piace immaginarti libero come la farfalla Parnassius che dal 1992 porta il tuo nome.
Non sarai mai “qualcosa che non resta”.
Nel mondo sei andato,
dal mondo sei tornato “sempre vivo”.
E continuerai ad esserlo.
Grazie, eternamente grazie.