Il film “Only Beautiful Things to Look At”, diretto dal regista slovacco Ivan Ostrochovský, affronta una delle pagine più oscure della storia cecoslovacca: le sterilizzazioni forzate delle donne rom negli anni ’80. Presentato in concorso al Festival di Karlovy Vary nel 2026, il film si distingue per la sua ricostruzione meticolosa dell’epoca, evidenziando non solo le mode e gli arredi dell’epoca, ma anche la brutalità di un programma statale che ha segnato profondamente la vita di molte donne.

La protagonista, Ingrid, è una ginecologa che inizialmente percepisce la sterilizzazione come una scelta facoltativa per le donne rom. Tuttavia, man mano che la trama si sviluppa, Ingrid si rende conto delle implicazioni coercitive di queste procedure e dell’assenza di un consenso informato, un tema centrale che il film esplora con grande sensibilità. La rappresentazione visiva, pur essendo esteticamente accattivante, è stata criticata per la sua mancanza di profondità emotiva, dando l’impressione di un dramma storico piuttosto che di un’opera che affronta una questione sociale urgente.

Ostrochovský, con il suo stile distintivo, riesce a evocare l’atmosfera di un’epoca segnata dalla discriminazione e dalla violenza, ma la sua scelta di un’estetica ‘bello ma insensibile’ ha sollevato interrogativi sulla capacità del film di trasmettere la gravità della situazione. La bellezza visiva, infatti, sembra talvolta mascherare la brutalità della realtà, creando un contrasto che può risultare disturbante per lo spettatore.

Inoltre, il regista ha annunciato l’intenzione di realizzare un remake americano del film, sottolineando che pratiche simili di sterilizzazione forzata sono state adottate in diverse parti del mondo. Questa scelta potrebbe ampliare la portata del messaggio, portando alla luce questioni di diritti umani che continuano a essere rilevanti anche oggi.

“Only Beautiful Things to Look At” non è solo un film da vedere, ma un’opera che invita alla riflessione su temi di grande attualità. La sua capacità di evocare il passato, pur con le sue ambiguità, lo rende un contributo significativo al dibattito sulle violazioni dei diritti umani e sulla memoria collettiva.