Autrice versatile, capace di dar vita con la sua penna a racconti e romanzi di generi narrativi diversi per Newton, Einaudi e Sperling & Kupfer, Elisa Guidelli (in arte Eliselle) ci ha un libro che potremmo definire “necessario”. Il suo ultimo romanzo Oltre l’odio racconta la storia Zijo Ribic, un sopravvissuto alle atroci violenze dei nazionalisti durante il conflitto bosniaco negli anni ‘90. Una volta diventato uomo, Zijo – nonostante la cruenta vicenda che lo ha visto protagonista – è diventato il simbolo di una resistenza profonda resa celebre dalla sua celebre frase Ja ne mrzim, “Io non odio”.
Oltre l’odio (OvePossibile, 2025) racconta la sua storia a partire dall’infanzia di Zijo segnata dalla violenza fino ai discussi processi penali che hanno visto al centro leader politici e militare dell’ex-Jugoslavia. Lo stile scelto è quello del racconto storico, quasi cronistico, che non rinuncia a una visione intimista, mostrando con una scrittura realista gli orrori e le violenze subite dalla popolazione civile.
NoteVerticali ha dialogato con l’autrice sul romanzo, sulla guerra ai tempi dei social network e sull’editoria italiana contemporanea.
La vicenda di Zijo Ribic ci ricorda, per citare un passaggio del tuo romanzo, che alcuni bambini sono «troppo piccoli per comprendere ma abbastanza grandi per percepire il male». Come ti sei avvicinata alla sua storia?
Mi sono avvicinata alla storia di Zijo nel modo più diretto possibile: attraverso Zijo stesso.
Nell’ottobre del 2024 ho partecipato a Ultima fermata Srebrenica, un viaggio organizzato da Arci Bolzano sui luoghi della memoria della guerra in Bosnia, insieme ad alcuni membri dell’associazione bolognese ScriptaBo. Durante quel viaggio siamo arrivati anche a Tuzla e ho avuto modo di incontrarlo durante una delle sue pause lavorative. È stato lui a raccontare la propria storia.
Credo che questo abbia cambiato completamente il mio rapporto con ciò che, fino a quel momento, conoscevo soltanto come un pezzo della storia recente europea. Una cosa è leggere una testimonianza, un documento, una ricostruzione. Un’altra è avere davanti la persona che quelle cose le ha vissute. Guardarla mentre te le racconta. Sapere che il bambino di otto anni di cui stai ascoltando la storia è l’uomo che hai davanti.
Da quel momento Zijo mi è rimasto in testa. Il romanzo è nato da lì, ma anche dall’intero viaggio, che per me è stato concreto e simbolico insieme. Attraversare quei luoghi significa rendersi conto che la Storia non è soltanto fatta di date, numeri e nomi ma di case, strade, boschi, fiumi. E soprattutto di persone.
Quello che mi ha colpito di Zijo, è quello che ha scelto di fare della propria sopravvivenza. Avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo per consegnarsi all’odio. Invece la sua è diventata una battaglia per la verità, la memoria e la giustizia.
A un certo punto ho capito che volevo raccontare questa storia utilizzando gli strumenti che conosco, quelli della narrativa. Non volevo raccontare al posto suo, e questa è stata una preoccupazione costante, ma permettere anche a chi non aprirebbe mai un documento processuale o un saggio sulle guerre jugoslave di incontrare Zijo.
Perché credo che i libri di narrativa possano fare anche questo: prendere una memoria e impedirle di scomparire.
Il romanzo non risparmia al lettore la violenza realmente accaduta in quegli anni. Penso al padre di Zijo che prova a coprire gli occhi del figlio per risparmiargli la vista di tanto orrore. In che modo ti sei approcciata alla scrittura nuda e cruda di certi episodi?
È stata la parte più difficile del lavoro, soprattutto l’intera prima sezione del romanzo, La notte degli uomini neri.
Scriverla è stato pesante. Non c’è una singola scena che riesca davvero a separare dalle altre, perché quella prima parte è una discesa progressiva dentro un orrore che sai essere davvero accaduto. E probabilmente le pagine che mi hanno messo più in difficoltà sono state quelle che raccontano le violenze sulle donne.
Quando racconti una storia vera non hai la libertà che puoi concederti davanti a una vicenda completamente inventata. Mi sono posta continuamente una domanda: quanto devo mostrare?
Non volevo trasformare l’orrore in spettacolo. È un rischio enorme quando si scrive di violenza, soprattutto di violenza sessuale. Ma non volevo neppure attenuare ciò che era successo fino a renderlo più sopportabile per chi legge. Perché anche quello, in un certo senso, sarebbe stato un tradimento.
Dietro quelle scene c’erano persone reali, non solo dei personaggi. Per questo il lavoro sulla documentazione è stato fondamentale: testimonianze, atti giudiziari, ricostruzioni storiche, fonti dirette. La libertà narrativa mi è servita per dare corpo alle scene, costruire dialoghi, restituire una dimensione umana; non per alterare la sostanza degli avvenimenti. È esattamente il principio che ho cercato di chiarire anche nella mia nota finale al romanzo.
Poi c’era un’altra difficoltà: una parte dell’orrore viene osservata attraverso gli occhi di un bambino.La scena in cui il padre prova a coprire gli occhi di Zijo è terribile proprio per questo. È un gesto istintivo, disperato. Sa probabilmente che non può più proteggerlo, ma continua a essere suo padre e quindi ci prova comunque.
Mentre scrivevo quelle pagine, il mio obiettivo era uno solo: evitare che la violenza diventasse “bella” narrativamente. Non volevo che il lettore chiudesse il libro pensando: “che scena potente”. Volevo che, almeno per un momento, pensasse: questa cosa è successa davvero a qualcuno. E che provasse orrore.

Colpisce la scena in cui, una volta ricoverato in ospedale dopo essere diventato un sopravvissuto, Zijo riceve una carezza dell’infermiera Milica. Questo ci ricorda che abbiamo tutti la possibilità di compiere piccoli gesti nel nostro quotidiano. Non pensi che stiamo dimenticando questo nostro potere? Quando esplode la violenza in strada, per esempio, la prima cosa che fanno molte persone è prendere un telefono in mano e iniziare a registrare un video…
Sì, e forse lo stiamo dimenticando perché ci siamo abituati a essere spettatori. Vediamo di tutto, grazie al web. Guerre, aggressioni, persone che soffrono, corpi feriti o cadaveri. Scorriamo immagini continuamente e questa esposizione rischia di produrre un effetto paradossale: invece di renderci più sensibili, ormai ci ha anestetizzati.
Milica compie un gesto minuscolo. Non può restituire a Zijo la sua famiglia, non può cancellare quello che ha visto, non può fermare la guerra. Può soltanto accarezzarlo. Eppure, in quel momento, quella carezza è enorme.
Mi interessava molto raccontare anche questo, perché Oltre l’odio non è soltanto un romanzo su quello che gli esseri umani possono fare di terribile. È anche un romanzo su quello che gli esseri umani possono fare dopo per aiutare, curare, guarire.
A volte abbiamo una concezione troppo grandiosa del bene. Pensiamo che per cambiare qualcosa servano azioni eccezionali. In realtà spesso abbiamo davanti una persona e possiamo scegliere se voltarci dall’altra parte oppure no.
Il telefono, in questo senso, è quasi diventato uno schermo tra noi e ciò che accade. Filmiamo perché essere testimoni attraverso una videocamera è più semplice che essere presenti. Milica invece è presente. E forse è proprio questa la parola chiave: esserci.
Le violenze di e al servizio di Milošević rappresentano uno degli episodi di guerra e di sterminio dei civili più cruenti avvenuti in Europa. Non sono fatti lontani nel tempo, eppure la nostra memoria sembra già sfumare. Anche per questo, il tuo romanzo e il suo protagonista ci aiutano a ricordare. Secondo te è cambiato il modo di raccontare la guerra, almeno in Italia?
Credo che sia cambiato soprattutto il nostro modo di consumarla.
E qui devo fare anche un’autocritica generazionale. Nel 1992 avevo quattordici anni e della guerra in Bosnia ricordo poco e nulla. Qualche informazione alla televisione, spesso frammentaria, raccontata di certo anche male. Ero un’adolescente e quella guerra, pur essendo geograficamente vicinissima, mi sembrava lontana.
È proprio questa consapevolezza, arrivata molti anni dopo, ad avermi colpita profondamente durante il viaggio in Bosnia. Stava accadendo dall’altra parte dell’Adriatico. Mentre noi continuavamo le nostre vite, dei ragazzi della nostra stessa età vedevano saltare completamente il proprio mondo. E oggi mi chiedo anche quanto realmente sapessimo, o volessero che imparassimo di quel conflitto.
Adesso il problema sembra opposto: vediamo tutto. Riceviamo immagini di guerra praticamente in tempo reale. Guerre, bombardamenti, corpi, bambini, macerie entrano continuamente nei nostri telefoni. Abbiamo una quantità d’informazioni enormemente superiore rispetto a trent’anni fa, ma questo non significa necessariamente comprendere di più. Anzi, qualche volta accade il contrario: una tragedia viene sostituita dalla successiva con una velocità impressionante e rischiamo di diventare spettatori permanenti dell’orrore. Forse anche per questo credo così tanto nelle storie.
I numeri sono indispensabili: ci permettono di capire le dimensioni di una tragedia. Ma hanno inevitabilmente un limite. Raccontare un bambino che cerca la mano di sua madre permette invece di entrare, almeno per qualche pagina, dentro la dimensione umana della guerra.
Non credo che la narrativa debba sostituirsi alla storiografia o al giornalismo. Sono strumenti diversi e hanno responsabilità diverse. Ma la narrativa può fare qualcosa di molto potente: restituire un nome a qualcuno che rischia di diventare un numero.
Il viaggio da cui è nato Oltre l’odio aveva proprio questa finalità: raccogliere e raccontare storie perché i fatti non venissero dimenticati e perché chi non c’era potesse conoscerli. Forse per me c’è anche qualcosa in più. Io nel 1992 c’ero, almeno anagraficamente. Ma in realtà non sapevo.
Oggi, dopo aver incontrato Zijo, attraversato quei luoghi e scritto questo libro, sento ancora più forte una responsabilità: sapere e scegliere di non dimenticare.
L’editoria italiana è in difficoltà in questo periodo storico e chiunque sia capitato anche solo per sbaglio in questo calderone agonizzante, sa che se si vuole vendere un libro bisogna passare non solo per le librerie, ma anche per i social, tra Facebook e Instagram e i bookinfluencer di TikTok. Tu appartieni a una generazione cresciuta con ben altri mezzi. È un mondo in cui ti ritrovi?
Sì e no. Sono abbastanza vecchia da ricordare perfettamente un mondo senza social e abbastanza curiosa da usarli. Quindi vivo felicemente in questa contraddizione. Dopotutto, lo dico sempre: sono sbarcata sul web nel ’99 e l’ho visto cambiare, e senza il web e Internet, probabilmente sarei arrivata molto più tardi alla pubblicazione, perché la rete mi ha permesso di osservare e fare ricerca e imparare molto più in fretta.
Non demonizzo affatto i social. Possono essere strumenti straordinari. Permettono a uno scrittore di parlare direttamente con chi legge, di raccontare il lavoro che c’è dietro un libro, di far conoscere storie che magari nei circuiti tradizionali avrebbero pochissimo spazio.
Il problema nasce quando lo scrittore rischia di trasformarsi nel responsabile marketing permanente di se stesso.
Scrivere e comunicare sono due mestieri diversi. Oggi molto spesso viene chiesto agli autori di fare entrambi, possibilmente ogni giorno, magari inseguendo algoritmi che cambiano di continuo. E confesso che sta diventando estenuante.
C’è poi qualcosa che continua a sembrarmi meravigliosamente antico, sia da lettrice che da ex libraia: una persona che entra in libreria, prende un libro, legge la quarta, magari le prime due pagine e decide di portarselo a casa. Oppure qualcuno che ti dice: “Ho letto il tuo romanzo perché me l’ha consigliato un amico”. Credo che nessun algoritmo riuscirà mai a sostituire completamente quella cosa lì.
Detto questo, uso (molto) Instagram, (un po’ meno) Facebook e tutto ciò che può servire. Anche perché, se vuoi che una storia venga letta, devi andare a cercare i lettori dove sono. Purché alla fine rimanga il tempo per fare la cosa per cui siamo qui: scrivere.
Hai scritto molti racconti e partecipato a diverse antologie. Da “raccontista” come te, non posso fare a meno di notare quanto la forma del racconto venga bistrattata, soprattutto in Italia, nonostante le innumerevoli potenzialità. Viviamo pur sempre in una società che vuole tutto e subito. Eppure il racconto italiano (o forse l’editoria) non sembra raccogliere questa sfida. Che ne pensi?
È uno dei grandi misteri dell’editoria italiana. Viviamo nell’epoca della brevità: video di trenta secondi, messaggi, podcast ascoltati a velocità aumentata, contenuti che devono conquistarci nei primi tre secondi. E poi continuiamo a comportarci come se un racconto fosse una specie di romanzo a cui manca qualcosa. Invece il racconto è una forma difficilissima proprio perché non può permettersi quasi nulla di superfluo.
In un romanzo puoi allargarti, rallentare, costruire deviazioni. Nel racconto ogni parola pesa. Devi entrare in una vita, mostrarne magari soltanto un frammento e riuscire comunque a lasciare nel lettore la sensazione che prima e dopo quelle poche pagine esista un mondo intero. Da scrittrice trovo questa sfida bellissima.
Credo che il problema sia soprattutto editoriale e culturale. In Italia il lettore è stato abituato a percepire il romanzo come la forma “completa” e il racconto come qualcosa di minore, mentre basta guardare alla storia della letteratura per capire quanto questa gerarchia sia assurda.
Forse dovremmo smettere di presentare le raccolte di racconti quasi chiedendo scusa. Un buon racconto può fare in dieci pagine quello che un cattivo romanzo non riesce a fare in quattrocento: rimanerti dentro.
Come ti vedi tra dieci anni? Ancora a scrivere? E di cosa?
Non riesco sinceramente a immaginarmi senza scrivere. Non so se fra dieci anni pubblicherò romanzi nello stesso modo in cui li pubblico oggi, perché l’editoria sta cambiando velocemente e probabilmente cambieranno anche le forme attraverso cui racconteremo e leggeremo le storie. Ma scrivere, quello sì.
Credo che continuerò a cercare soprattutto storie che rischiano di sparire. Mi accorgo che torno continuamente lì: persone rimaste ai margini, vicende dimenticate, memorie che qualcuno non ha raccontato o che abbiamo smesso di ascoltare. Forse è la mia formazione da storica, forse è semplicemente il tipo di storie che vengono a cercarmi.
Oltre l’odio, in questo senso, mi ha lasciato qualcosa di importante: mi ha ricordato che raccontare una storia vera significa assumersi una responsabilità. Non basta che una storia sia potente. Devi chiederti perché la stai raccontando, a chi appartiene, cosa puoi aggiungere e soprattutto cosa non hai il diritto di cambiare.
Fra dieci anni mi piacerebbe avere ancora questa curiosità e anche questo dubbio. Perché credo che il giorno in cui uno scrittore pensa di avere il diritto di raccontare qualsiasi cosa senza interrogarsi più, cominci a diventare pericoloso.
Quindi sì, mi vedo ancora a scrivere. Possibilmente ancora ossessionata dal tempo che non è mai abbastanza e da qualche storia che nessuno conosce e che, a un certo punto, mi farà pensare: questa non possiamo perderla.
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