Il tempo non viaggia mai in una sola direzione. C’è un tempo oggettivo che scorre, certo, ma ce n’è un altro che procede, si interrompe, resta sospeso e poi riprende, un passo alla volta, regalando prospettive diverse a chi lo osserva dall’interno della propria vita. Anche la musica, in fondo, funziona così. Ci sono canzoni che al primo ascolto sembrano passare senza lasciare traccia. Poi capita di risentirle quando la vita ha cambiato binari, e allora ci accorgiamo che sono lì per farci compagnia, consolarci, provocarci o darci forza. Forse accade lo stesso a chi le canzoni le scrive. Nascono in un tempo preciso e poi, per ragioni misteriose, restano sospese. Attendono. Cambiano peso, significato, prospettiva. Quando finalmente arrivano a chi ascolta, non portano più soltanto l’urgenza del momento in cui sono state scritte, ma anche tutto ciò che nel frattempo è accaduto: la distanza, la perdita, il lutto, la maturazione dolorosa di uno sguardo e, magari, anche la speranza di rialzarsi.
È il caso di “Father’s Song”, nuovo singolo di Cassidy, all’anagrafe Mauro Nigro, artista eclettico, videomaker, regista e musicista con diverse esperienze già all’attivo nella scena indipendente, da Ogun Ferraille a Impasto Nudo, da Coffea Strange a HCD. Come Cassidy, Mauro ha già pubblicato Worst Mortal Accidents Happen at Home, disco dal taglio rock acustico e dall’attitudine lo-fi, capace di richiamare l’urgenza e l’intensità dello Springsteen di Nebraska. Una linea che ritorna anche in Father’s Song, brano pubblicato da Lumaca Dischi che colpisce già al primo ascolto per immediatezza ed essenzialità. Come racconta lo stesso autore, il pezzo ha una gestazione particolare: risale al 2016, a una fase di cambiamenti, confusione e passaggi personali complessi. È un omaggio al padre, ma non nel senso più prevedibile o celebrativo del termine. Non c’è retorica, né un ricordo pacificato. C’è piuttosto una riflessione sul rapporto tra padre e figlio, sulle somiglianze che si riconoscono tardi, sulle fragilità che passano da una generazione all’altra senza chiedere permesso. L’autore racconta di aver scritto il brano quando il padre era ancora, almeno nella percezione di allora, “se stesso”: prima che il dolore assumesse altre forme, prima che la malattia e la perdita ridisegnassero tutto.

Nato in forma essenziale, voce e Rhodes, il brano apparteneva al progetto discografico B.A.T., acronimo di Blessed and Terrible, titolo che contiene in sè già una dichiarazione poetica: la vita come benedizione e condanna, come dono e ferita, come luogo in cui ciò che salva e ciò che consuma spesso convivono nello stesso respiro. Oggi Father’s Song arriva in una nuova veste, grazie all’arrangiamento di Vlad KayaDub Costabile, che non stravolge il senso originario del pezzo, ma anzi ne amplifica l’intensità emotiva, trasformandolo in una piccola suite attraversata da atmosfere diverse. Proprio come il dolore, che non è mai compatto né uguale a se stesso: si muove, si apre, cambia forma, si deposita nella memoria. In questo scenario sembra non trovare posto la speranza di un tempo di serenità, ormai impossibile da recuperare per chi non c’è più. Eppure la speranza riappare in un’altra forma, attraverso la dedica dell’autore al fratello Giovanni. Una presenza richiamata non come semplice nota affettiva, ma come figura di salvezza nei momenti più scuri. Se il padre rappresenta il nodo irrisolto, la fragilità trasmessa, la paura che ritorna, il fratello sembra incarnare l’argine, il legame che resta quando tutto rischia di cedere. In questo equilibrio tra padre e fratello, tra eredità e sostegno, tra ferita e resistenza, il brano trova una profondità ulteriore.
Father’s Song non è dunque solo una canzone sui rapporti familiari. Parla all’intimità di ciascuno, alle ansie, alle paure, a quella fragile corazza fatta di inquietudini e malinconie che spesso ci portiamo addosso senza avere il coraggio di mostrarla per liberarci dei pesi inutili. Ma dentro questa materia dolorosa si apre anche un invito alla catarsi: è quella raggiungibile attraverso i rapporti solidi, le presenze capaci di restare, i legami che aiutano ad attraversare il buio. Il brano anticipa il nuovo album di Cassidy, attualmente in via di ultimazione, che comprenderà anche i singoli Woods e Trust, già pubblicati. Da segnalare anche la partecipazione dell’artista al contest “Cover Me 2026” con una rilettura di State Trooper, brano contenuto in Nebraska di Springsteen (1982), realizzata in collaborazione con Hacienda-D. Una versione che accentua l’inquietudine dell’originale e conferma le qualità interpretative di Cassidy, capace di abitare il lato più ombroso della canzone d’autore senza rinunciare a una voce personale e riconoscibile.
Idealista e visionario, ama l’arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia…
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