Con il suo secondo lungometraggio, il giovane attore e regista romano si conferma autore promettente.
Dopo il debutto alla regia nel 2020 con I predatori, film che gli ha valso il David di Donatello come Miglior regista esordiente, Pietro Castellitto, doppiamente figlio d’arte (papà Sergio Castellitto, mamma Margaret Mazzantini), ritorna al cinema per la seconda volta con una narrazione che segue lo stile del suo romanzo d’esordio, Gli iperborei. L’opera lo conferma un autore promettente.
“Il desiderio – ha dichiarato il regista durante la conferenza stampa – era quello di riuscire a raccontare una storia più simile alla temperatura della vita in chiave meno grottesca rispetto a I predatori”. In un Paese in cui di solito i borghesi si occupano di periferie, Castellitto prende un’altra direzione, fa assolutamente il contrario, dipingendo una classe sociale e un ambiente – quelli dell’alta borghesia della Roma bene – che gli appartengono, che conosce: “Ho cercato di ricostruire il contesto della Roma bene che mi sembrava ideale, perché è un ambiente dove i valori basilari dell’esistenza non sono snobbati; valori come il culto del corpo, la voglia di divertirsi, di raggiungere la bellezza, di fare i soldi, tutte queste cose non vengono snobbate e, scontrandosi tra loro, creano leggende, dinamiche narrative interessanti. Però questo mondo è attraversato da un giovane protagonista invece anche molto romantico, che ha un desiderio e una vitalità incorruttibile; quindi questo miscuglio tra romanticismo e ferocia era un po’ la chiave del film”.
Prodotto da Luca Guadagnino e presentato in concorso per il Leone d’oro all’80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, arrivato nelle sale italiane l’11 gennaio, il film ha per protagonisti Enea e Valentino (Giorgio Quarzo Guarascio), che, mossi da una vitalità incorruttibile, oltre regole e morale, tra droga, violenza e feste, vivono un’avventura d’amicizia e d’amore.
Valentino, che si potrebbe chiamare anche Icaro, “è un personaggio che gioca col sole, che pur di brillare è disposto anche ad esplodere – dice l’interprete, meglio conosciuto come cantautore con il nome di Tutti Fenomeni – Il film che ha scritto Pietro, un po’ come la tragedia greca, è antifrastico: la violenza, la ricerca di sfrenatezza nascondono una voglia segreta di tranquillità, così come il bacio può essere”.
Enea – afferma il padre, Sergio Castellitto – parla di “una generazione di adulti “per bene” che ha condotto la propria esistenza con dignità, pensando di fare bene il proprio lavoro, che ha cercato di educare bene i propri figli, ma senza rinunciare alle proprie vocazioni, alle proprie carriere, una generazione che però ha perso il sync con il desiderio della felicità, o della contentezza per lo meno. A fronte di questo c’è una generazione di adulti “del male“, che invece rivendica il diritto alla felicità e a una visione possibilmente ancora “romantica” drammaturgica della propria esistenza. La forza del film sta nel fatto che è profondamente morale, ma non fa morali”.
Ciò che Pietro Castellitto sembra volerci comunicare è che siamo così immersi nella nostra mancanza di senso che non riusciamo nemmeno a notare quando – come accade emblematicamente nel film a un certo punto – una palma ci cade in casa, frantumando un soffitto di vetro, deridendo e ponendo una netta critica nei confronti di una Roma bene imprigionata nei suoi stessi privilegi. I privilegi di Castellitto stesso diventano un peso da liberarsi attraverso l’esplorazione, il rischio e la creatività. “La differenza tra di noi è che io sono nato da una famiglia povera, mentre tu sei nato da una famiglia ricca” dice nel film il padre Sergio al figlio Pietro.
Enea è un film sul bisogno di sentirsi vivi, che manifesta una grande libertà d’invenzione e nessuna paura del ridicolo o dell’assurdo. Intrecciando momenti di surreale con profonde riflessioni, Castellitto delinea un ritratto peculiare della generazione trentenne contemporanea, immersa in un romantico processo di dissoluzione. L’ambizione sembra pretenziosa, ma il giovane regista dimostra notevole coraggio, distinguendosi e proponendo un cinema al di fuori degli schemi, alquanto diverso dalla media delle produzioni italiane.
A livello estetico, Castellitto si avventura in un barocchismo a tratti incontrollato, eccedendo nell’ostinata ricerca dell’inquadratura a effetto, tra “voli pindarici” di aeroplani e gabbiani, fuochi d’artificio, spari di pistola, esplosioni, personaggi che ascendono in cielo, inquadrature della Terra dalla Luna, che si alternano invece a trovate geniali, come l’occhio del protagonista che scruta i sentimenti da un cespuglio verde, e la scelta di oscurare ogni bacio come a voler rappresentare dei “baci rubati”, un’emotività e una sensibilità da nascondere, da proteggere.
È un film che colpisce soprattutto per la scrittura dei dialoghi: la pellicola inizia proprio con un dialogo tra Valentino, Enea e sua madre, magistralmente interpretata da Chiara Noschese, che parlano di un’umanità frantumata, afflitta da depressione, paragonando una vita incastrata nel vuoto a una pietra che ha perso ogni valore, mentre un animale notturno, forse una volpe, si muove come un’ombra, fungendo da richiamo alla necessità di ritrovare la naturale dimensione della vita.
ENEA (Italia 2023, Drammatico, 115′). Regia di Pietro Castellitto. Con Pietro Castellitto, Benedetta Porcaroli, Giorgio Quarzo Guarascio, Chiara Noschese, Sergio Castellitto, Adamo Dionisi, Matteo Branciamore, Giorgio Montanini, Cesare Castellitto, Clara Galante, Paolo Giovannucci, Shi Yang. Vision Distribution. In sala dall’11 gennaio 2024.

Si occupa di arte, architettura, cinema d’autore, teatro e ricerca.
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