Ci aveva già provato Toni Servillo, qualche anno fa, a indossarne la maschera, per uno dei biopic di politica e costume più discussi e meglio riusciti della storia del nostro cinema. Nel suo piccolo lo aveva fatto anche Pif, che certamente non è Sorrentino, facendo sorridere e riflettere in “La mafia uccide solo d’estate”. Musicalmente parlando, invece, occorre risalire al Francesco Baccini di “Nomi e cognomi”, pubblicato nell’annus horribilis 1992, quello della strage di Capaci, proprio mentre il nostro (o il mostro, a seconda dei gusti) stava pregustando la scalata – non riuscita – al Quirinale. Oggi la maschera del “divo Giulio” torna con Andreotti, moniker che certo non passa inosservato, e dietro il quale si nasconde un ragazzo, classe 1993, nato proprio nell’anno di grazia in cui Totò Riina veniva assicurato alle patrie galere. Di lui non si sa nulla più, solo che si autodefinisce “l’ennesimo cantautore indie-pop del Bel Paese“. Contento lui…!   

Fortunatamente qui la politica, sporca o pulita che sia, non c’entra nulla. In 1972, disco il cui titolo rimanda all’anno dei primi due governi Andreotti, c’è musica, vagamente retrò, ondivaga, sussurrata, e testi che non passano certo inosservati. Si parla di baci, ma anche di sesso, di feste, di incomunicabilità, e di una apatia diffusa che si trasmette in tutte le otto tracce del disco, dove predominano sintetizzatori e rime post-dadaistiche rispetto alle quali l’ufo-tartufo di Rino Gaetano potrebbe sembrare un giochino da educande. Ma tant’è. 

Il disco si apre con “Eschimesi”, brano che nell’arrangiamento ricorda nell’incipit certe cose dei Baustelle e sicuramente il Lucio Battisti di “Abbracciala, abbracciali, abbracciati”. Nel testo fanno capolino Patrizia Vallesi, la celeberrima Cinzia amante del Dandi di “Romanzo criminale”, e addirittura un Toto Cutugno bucolico. Il brano è ricco di frasi slogan da appuntare, a partire da questa: 

Amarsi a vent’anni è follia, 
scopare alle feste è magia, 
a pelle nuda è pazzia…”. 

Nella ripetuta idiosincrasia verso la capitale francese (“Sai che c’é, c’é che alla lunga anche Parigi rompe i coglioni”) l’ascoltatore prova a interagire con immagini sussurrate da una voce anche a tratti sgraziata, che però incuriosisce.

Il quadro desolante e malinconico diventa ancora più cupo in “Winnie the Pooh”, dove all’atmosfera rarefatta dell’arrangiamento (anche qui lo zio Lucio di “Anima latina” viene invocato più volte) si unisce un melting pot di personaggi che vanno da un improbabile Piero Pelù venditore immobiliare alle “Marrazzo truccate” a cui chi canta preferisce “due vescovi e un frate, quattro suore già depilate”. Irriverenze cercate, studiate a tavolino, che fanno sorridere e nulla più, rivestendo anzi di una squallida e malinconica decadenza lo scenario in cui si muove il protagonista. Non mancano i rimandi nostalgici al passato: “Luis Miguel” è emblematica in questo senso: 

Ma forse non ti ho detto che è terribile invecchiare, 
rompersi i coglioni essere adulti e non giocare più…

E ancora:

“…mi mancano i Beatles, mi manca il tuo pianto
quell’odore addosso, due dita di rum in un calice rosso
per scaldarci il sabato, per fare due tiri sdraiati in terrazza
o per cantare battisti storditi dal vomito…”         
 

Sulla stessa scia “Colori”, che pur avendo dalla sua un assolo interessante, reclama una patente generazionale che non riesce a guadagnarsi sul campo: 

C’hanno rubato i colori, il profumo c’hanno rubato gli eroi 
e nascondiamoci dai che il mondo non fa più per noi…

Nella omogeneità melodica delle altre tracce, si distingue senz’altro “Lombroso”, e non tanto perché, al di là del gioco di rime che introduce il binomio “delizioso/petaloso” e dell’uso finalmente del verbo “cacare” in luogo del finto “cagare” che fa tanto trash pariolino, si cerca di imitare Bukowski (“sai cosa intendo quando dico che i gol di Weah mi fanno ancora sognare, che le trentenni incazzate col mondo mi fanno indurire il cane”), ma per un refrain musicale almeno simpatico che per qualche minuto resta in testa. 

Nel complesso, per tutto il disco il cantato resta senza un tappeto sussurrato su combinazioni di accordi che privilegiano (forse troppo) il rifugiarsi nella settima diminuita che finisce per offrire poche e centellinate concessioni alla melodia, e con un cantato – lo ripetiamo – sguaiato che a tratti ricorda una pseudo-Nannini ubriaca. Neanche “Droga” e “Sassuolo” riescono a sfondare, sanno troppo di Achille Lauro riscaldato. E così “Aristogatti”, dove il mantra battistiano “non vorrei, ma se vuoi” viene depoeticizzato con l’aggiunta di “potrei scondinzolare un po’…“: . E l’abuso di effetti elettronici non contribuisce certo a chiarire le cose, anzi le confonde.

In summa, non ci sentiamo di dare piena sufficienza a questo disco: sembra un esperimento da laboratorio realizzato in solitudine (scritto, prodotto, suonato e mixato) ma riuscito a metà, che lascia emergere poco delle eventuali potenzialità di un artista ancora in fase troppo embrionale, peraltro appesantito da una maschera che poco si addice allo stile che vorrebbe portare avanti. Ci chiediamo a cosa serva nascondersi dietro quello che può essere una goliardata ma restare fine a sé stessa, e che in quanto tale può rischiare di compromettere un’idea e un progetto artistico. Se può consolare, anche il primo governo Andreotti non ottenne la fiducia del Senato, e il 26 febbraio 1972 fu costretto a dimettersi dopo appena 8 giorni dalla sua costituzione: anche in quel caso, si trattava di un esperimento riuscito a metà. La storia ci ricorda che per il divo Giulio – e per l’Italia – le cose andarono poi diversamente: chissà cosa accadrà ora per il suo omonimo discografico. Lo aspettiamo per una prossima occasione.

Andreotti, 1972, 2020